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Tom Waits
Seconda e ultima parte dell’intervista a Tom Waits realizzata dal giornalista Rip Rense per la realizzazione del press kit di “Mule variations” e distribuita ai media dall’ufficio stampa della sua etichetta, la Epitaph*. Si continua a parlare di canzoni soffermandosi in particolare sulle influenze di Waits in relazione alla composizione, e anche qui non mancano risposte brillanti nel migliore stile cui Waits ci ha abituati nelle sue rare sortite parlate. Spazio alla conversazione, allora…
Da dove arriva l’ispirazione per una canzone come “Chocolate Jesus”? Dici: “Non voglio Abba-Zabba”… Eri stanco degli Abba Zabba?
(ridendo) Il mio patrigno ha cercato di interessarmi a questa speculazione commerciale – queste cose chiamate Testamints (Letteralmente l’unione tra le parole ‘testamenti’ e ‘mentine’). Sono queste pastiglie con delle piccole croci sopra. Se sei in viaggio, o dove ti pare, e non puoi prendere parte a funzioni religiose nel modo in cui sei solito fare, o magari durante la settimana, puoi prendere una di queste pastiglie, che ti metterà subito in relazione con il tuo potere superiore.
Come “il corpo di Cristo”?
Esatto. Così abbiamo sviluppato l’idea portandola a un gradino superiore. Hai le tue Testamints. Che ne pensi del tuo Gesù di cioccolata? Si scioglie in bocca, non in mano. E’ molto più diretto. Bevete questo in ricordo di me. Qualcuno potrà prenderla come una cosa blasfema, ma in realtà è una spiritualità molto campagnola.
Per non dire che le ostie da comunione non hanno neanche lontanamente il sapore della cioccolata…
No, infatti. Credo che la questione vada rimessa al Ministero del Sapore. Perché queste ostie? Si potrebbe andare di pari passo con il cambio delle stagioni, e fare le ostie – ad esempio in autunno – al gusto di mela, chiodi di garofano, cannella, noce moscata, zenzero. Tireresti dentro un sacco di gente, e riporteresti in chiesa un sacco di gente che ormai non ci va più.
Cosa ti ha portato a firmare con la Epitaph?
Hanno un atteggiamento pro-artista, sono avanti in quanto a modo di pensare e mi piacciono i loro gusti in fatto di musica, barbecue e macchine. E’ un posto per amici, un’etichetta indipendente. Come ha detto Wayne Kramer, “Molta della musica dell’etichetta ha 160 bpm”. In questo senso siamo i più anziani, lì. E’ sorprendente vedere quanti, tra coloro che lavorano all’etichetta, sono musicisti tuttora in attività. Francamente mi sembra di essere parte di una collaborazione. Dal punto di vista del business, è sempre una guerra.
Hai voglia di fare un commento su ciò che ti ha ispirato un brano come “What’s he building in there?”? I vicini che brontolano nei tuoi confronti?
Siamo tutti, a diversi livelli, curiosi di quanto fanno i nostri vicini, e tutti sappiamo tre o quattro cose su di loro. E da questi elementi di solito creiamo un ritratto della loro vita. “Guida una Valiant…”, “Hai visto? Il cane non ha peli sulla schiena…”, “Sua moglie deve avere 16 anni…”, “Guarda quel garage: sembra che sia stato bruciato e nessuno abbia avuto voglia di ridipingerlo…” E poi aggiungi nuovi particolari, a poco a poco che arrivano: “L’ho visto l’altra notte. L’avevi mai visto con questi pantaloni verde limone? Di dove è, di St. Louis? E’ l’unico posto dive ho visto dei pantaloni del genere, ma lui dice di essere di Tampa…” E intanto non ti presenti mai, ma intanto lui per te è diventato una specie di film. Fai un reportage quotidiano a tua moglie sulle nuove cose che hai visto e che lo riguardano. Il suo cane eccitato sconfina nel tuo giardino, senza avere il permesso. Lo facciamo tutti, vero o no? Per la canzone mi sono messo nella testa del tipo. Sta parlando di se stesso, ed ha delle manie. Tutti diventiamo troppo curiosi riguardo ai nostri vicini, e finiamo per credere che abbiamo tutto il diritto di sapere cosa fanno gli altri.
Dimmi qualcosa su "Filipino box spring hog"
Che potrebbe rientrare nella categoria del “surreale”, Beefheartiana. Quando vivevamo in Union Avenue, a L.A., facevamo delle gradi feste. Segavamo via le assi del pavimento della sala, prendevamo il letto, la rete a molle, riempivamo i buchi con il legno, ci buttavamo sopra benzina e poi gli davamo fuoco. E usavamo la rete come grill per cuocerci sopra un maiale intero.
“Hold on," "House where nobody lives," "Picture in a frame," "Georgia Lee," "Take it with me," "Pony" e "Come on up to the house" sono canzoni molto toccanti. Non credo che sull’album ci sia un episodio più struggente di “Georgia Lee”. Cosa puoi dirmi su questa canzone?
Il nome completo della ragazza era Georgia Lee Moses. E’ successo più di un anno fa. C’era il suo funerale. Molta gente è venuta e ha parlato. Credo che tutti si siano chiesti dove fossero finiti tutti, mentre lei moriva, la polizia, il diacono, gli assistenti sociali, io e tu. Adesso che non c’è più, una cosa che è venuta fuori è che il suo quartiere ha deciso di tenere aperta la sua vecchia casa e di utilizzarla come posto dove ragazzi muniti di chiavi possono andare a passare il tempo in attesa che i propri genitori tornino a casa dal lavoro. Normalmente quando scappi è perché vuoi che qualcuno venga e si prenda cura di te, ma l’acqua è piena di squali.
"Take it with me"… il vecchio cliché per cui “non puoi portarlo con te” non è vero. Ascoltando la canzone mi sono accorto che tu porti molte cose con te…
Volevamo usare la vecchia espressione “non puoi portarlo con te” trasformandola nel suo suono. Siamo entrati in una stanza d’albergo, ci abbiamo trasferito un piano e abbiamo scritto lì la canzone. A entrambi piace molto Elmer Bernstein. La mia frase preferita è quella di Kathleen quando dice “Tutto ciò che hai amato è tutto ciò che possiedi”. E’ come una vecchia canzone di Tin-Pan Alley.
E "Get behind the mule"?
Quello è ciò che il padre di Robert Johnson diceva di suoi figlio, perché se n’era andato. Diceva: “Il problema di Robert era che non voleva andare dietro al mulo la mattina e arare”, perché quella era la vita che lo avrebbe aspettato. Fare il mezzadro. Ma lui scappò fino a Maxwell Street, e poi via in Texas. Non era fatto per starsene fermo. Segui il mulo…può significare tutto quello che vuoi. Tutti dobbiamo alzarci la mattina e andare a lavorare. Kathleen dice sempre: “Non ho sposato un uomo. Ho sposato un mulo”. E di sicuro sono cambiato molto nel corso degli anni. Ecco da dove viene il titolo del disco “Mule variations”.
Cosa intende dire Kathleen con quella frase?
Che sono testardo.
So che hai registrato molte canzoni per questo disco, e poi sei stato costretto a scegliere cosa inserire e cosa lasciare fuori. E’ stata dura?
A volte devi lasciare fuori delle cose per far sì che ciò che inserisci abbia più luce. Ne parliamo. A volte litighiamo. Mi piacerebbe fare dei dischi con 12 canzoni, ma d’altra parte non posso lasciare fuori tutta questa roba. Non saprei dirti quali sono le migliori, tra le 25 che avevamo in mano.
Parlami di "Lowside of the road"
Leadbelly fu coinvolto in una scaramuccia dopo un ballo, a notte fonda, in una strada isolata. Qualcuno tirò fuori un coltello, ci fu un ferito e lui finì in galera. Stava viaggiando sul lato ‘basso’ della strada. Sento di potermi identificare con questa cosa. Tutti sappiamo dov’è, il lato basso della strada.
La musica di "Black market baby" suggerisce il gocciolare dell’acqua nello scarico di una fogna. Ognuna delle canzoni vive di una sua distinta atmosfera. Sono situazioni già stabilite in partenza o si sviluppano parallelamente alla registrazione?
Le prepari e poi spegni la luce… dopo un po’ togli qualcosa, ne aggiungi altre fino a quando non trovi il feeling giusto per quello che stai facendo. E’ come avere una stanza nelle proprie orecchie. E’ come gettare una T-shirt sulla lampada che c’è sul comodino per cambiare la luce della tua stanza d’albergo. Kathleen se n’è uscita con “Black market baby”, l’aveva quasi finita, e diceva: “She's my black market baby, she's my black market baby, she's a diamond that wants to stay coal” (“carbone”, ndr). Io credevo che dicesse “cold”… (“freddo”, ndr). In ogni modo era quasi finita nel momento in cui me la diceva. L’abbiamo soltanto completata.
Qual è la storia di “Pony”?
Oh, ho già scritto canzoni del genere. Sei lontano da casa. Come ci tornerai? E’ quel tipo di canzone.
E’ un’idea che ricorre spesso nel tuo lavoro. C’è in “Shore leave”, da “Swordfishtrombones” e persino in “Shiver me timbers”, da “The heart of Saturday night”. Quali erano le tue influenze musicali prima di andare via di casa per la prima volta?
Quando ho dovuto decidere per la prima volta cosa fare, ascoltavo Bob Dylan e James Brown. Loro erano i miei eroi. Ascoltavo Lupo Solitario tutte le notti. La potente 10.90. Cinquanta mila watts di potere soul. Mio padre era un tecnico delle radiocomunicazioni durante la guerra, e quando lasciò la famiglia io avevo all’incirca 11 anni e questa infatuazione per la radio. Lui conservava i libretti di manutenzione e io ho iniziato a costruirmi una piccola radio a galena, e ho posizionato l’antenna sul tetto. E mi ricordo fare una radio su questo baracchino con delle cuffie da due dollari, e la prima stazione radio che potevo ascoltare era quella di Lupo Solitario. E credevo di aver scoperto qualcosa che nessuno poteva ascoltare. Pensavo arrivasse da Kansas City o da Omaha, e che nessuno potesse sintonizzarsi su quella stazione e ne conoscesse la musica. Lo intercettavo da qualche bunker, o forse stava trasmettendo da qualche posto lontano a migliaia di chilometri di autostrada da casa mia. In realtà trasmetteva da San Isidro, vicino al confine.
Dimmi di “Picture in a frame”. E’ una delle canzoni più dirette che hai registrato.
Una canzone semplice. A volte ascolto Blind Lemon Jefferson o Leadbelly, e sento una frase di passaggio. Il modo in cui loro pronunciano delle parole a volte suona come l'inizio di qualcosa totalmente nuovo, e loro lo usano quasi fosse un pensiero passeggero, come un momento di transizione all’interno della canzone. Ma a me a volte mi fa pensare che avrebbe potuto aprire l’intera canzone in un modo totalmente nuovo. Ho ascoltato quel titolo, “Picture in a frame”, in una altra canzone. Non mi ricordo neanche di che canzone si trattasse, in questo momento. E ho pensato, ecco un buon titolo per una canzone. Così l’ho scritta su me e Kathleen.
C’è qualcosa che vuoi aggiungere?
La balena azzurra pesa quanto 30 elefanti, è lunga come tre bus Greyhound da una cima all’altra. Ricorda che una giraffa può vivere senz’acqua più a lungo di un cammello. E anche se il suo collo è lungo più di due metri, contiene lo stesso numero di vertebre di quello del topo. Sette. E la lingua di una giraffa è lunga quasi 40 centimetri. Può aprire e chiudere le sue narici a piacere. Può correre più veloce di un cavallo da corsa senza fare praticamente alcun tipo di rumore.
*Si ringrazia la Spingo! per la collaborazione.
(24 lug 1999)
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