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La musica ha un problema con l’intelligenza artificiale. Crediamo di saper distinguere un brano umano da uno artificiale, ma uno studio di Deezer ha svelato che il 97% dei partecipanti non è stato in grado di farlo. Addirittura, ogni giorno su Deezer vengono caricati 50mila brani generati dall’AI, circa il 34% del totale. Sempre lo scorso anno diversi “artisti” creati con l’AI hanno fatto scalpore: Velvet Sundown, Bleeding Verse, Sienna Rose: tentativi goffi di emulazione di artisti esistenti che, però, raggiungono ascolti da capogiro. Condannare l’AI a priori, però, è ingenuo e rischia di collocarci fuori dalla storia. Bisogna partire da un uso consapevole e regolamentato. In Italia una legge del 2025 che regola l’uso dell’AI ha chiarito due punti: l’obbligo di trasparenza e un uso limitato al semplice supporto. Anche le piattaforme si stanno muovendo: Deezer ha imposto la segnalazione dei contenuti realizzati con AI, mentre Bandcamp è stata la prima a bandirli del tutto.
Machine Gun Kelly
“Mgk”, non più “Machine Gun Kelly”, è il coro che si solleva a questo nuovo passaggio tricolore. A distanza di oltre tre anni dal precedente concerto milanese, il rapper prestato ormai definitivamente al pop rock torna in Italia la sera del 15 febbraio per un unico concerto all’Unipol Arena di Bologna. Da qui riparte il tour di Mgk a supporto del suo ultimo album, “Lost Americana”, uscito lo scorso agosto. Con il recente disco, Machine Gun Kelly ha accorciato il nome e cambiato immaginario: non più chitarre e capelli colorati di rosa, ma riferimenti all’America polverosa delle Marlboro rosse. L’artista, originario di Cleveland, non ha però abbandonato il percorso musicale iniziato con “Tickets to my downfall” del 2020, che segnò il suo passaggio definitivo dall’hip hop alle chitarre, recuperando i suoni ruffiani dai ritmi frenetici che nei primi anni Duemila portarono band come Blink 182 e i Sum 41 ad affermarsi nel mainstream. Con “Lost Americana”, il cantante ha poi scoperto che darsi ai balletti per TikTok è l’ennesima trovata che per lui può funzionare e il pop rock è diventato la sua cifra stilistica più azzeccata per tenere insieme le sue varie anime musicali. Ecco che fin dall’apertura del concerto all’Unipol Arena, Mgk ci tiene a risottolineare la nuova narrazione del suo personaggio. “Tra la polvere di Cleveland e i neon di Hollywood, un ragazzo trovò una chitarra a sei corde sepolta nella pietra. E quando la estrasse, l’aria si spaccò”, si sente dire dalla voce registrata che anticipa l’inizio dello show. “Tutto quello che so è che quell’uomo è nato per suonare a tutto volume, per bruciare il proprio nome nel mito di un Paese che ha dimenticato come si sente davvero”.
A seguito dell’arrivo di “It’s never over”, il documentario sulla vita di Jeff Buckley che aveva debuttato la scorsa estate nei cinema statunitensi, il 13 febbraio viene ripubblicato anche “Live at Sin-é”. L’iconico - non è un’esagerazione - EP di debutto del cantautore venne pubblicato nel 1993: conteneva quattro brani , due originali e due cover, registrati per voce e chitarra in un café newyorchese dove Jeff suonava regolarmente, e dove inizialmente si fece notare da pubblico e discografici. La nuova è stata ampliata in un cofanetto rigido che contiene quattro vinili con altrettante copertine progettate individualmente, un libretto con note di copertina e foto a colori e versioni live di brani iconici come “Grace”, “Last Goodbye” e “Hallelujah” di Leonard Cohen”, che riprendono la versione “Legacy edition” espansa e pubblicata su doppio CD nel 2003. Anche la nuova versione uscirà su CD. Un mese dopo 16, 17, 18 marzo, arriverà anche nei cinema italiani il documentario, diretto dalla regista candidata all’Oscar Amy Berg, e co-prodotto da Brad Pitt. “Non ricordo un periodo della mia vita in cui non pensassi di fare un film su Jeff Buckley”, ha raccontato Berg. Per realizzare il primo film autorizzato della vita di Jeff, Berg ha utilizzato filmati d’archivio, oltre a nuove interviste con la sua famiglia e con chi lo ha frequentato.
“Ciò che deve accadere, accade”. Nella Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto, teatro di una tristemente nota strage nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, oggi luogo intriso di ricordi, dolore e sacralità, tra le rocce dell’Appennino e l’acqua gelida del Reno, viene riavvolto il nastro di quasi trent’anni: è qui che i CSI annunciano il loro ritorno. Sui pannelli che svelano la reunion solo due parole: “In viaggio”, il titolo di una loro canzone e di uno stato d’animo. Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Giorgio Canali, Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco, figli di quelle terre tra l’Emilia-Romagna e la Toscana, “cresciuti sulla Linea Gotica” come ripete Ferretti, si guardano negli occhi con stupore. E ricordano: “L’essenziale è composto dalle cose che accadono.”

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