AMICO FABER

Enzo Gentile

Voto Rockol: 3.5 / 5

La formula della “oral history” – cioè: un personaggio raccontato attraverso testimonianze dirette – è interessante e funzionale, benché da noi poco praticata (del resto costa più fatica raccogliere decine e decine di interviste a viva voce che rimettere insieme pezzi di libri già usciti, con i virgolettati belli e pronti).

Enzo Gentile ha scelto la via difficile, e ha suscitato direttamente – ad eccezione dello scomparso Piero Milesi - i ricordi di ben 130 persone che De André l’hanno conosciuto e frequentato, per molto o per poco tempo, a lungo oppure occasionalmente. Ne è uscito un quadro fitto di informazioni, impressioni, sentimenti, che l’autore ha raccolto in capitoli tematici. Ed è un bel quadro: pur scontando, inevitabilmente, il “De mortuis nihil nisi bonum” (dei morti non si parli mai male) di cui già si è scritto recensendo un altro libro dello stesso autore, “Lontani dagli occhi”, dedicato a Fred Buscaglione, Piero Ciampi, Sergio Endrigo, Nino Ferrer e Herbert Pagani. Sicché il collage di fotografie di Fabrizio messo insieme da Gentile ha abbastanza i contorni del santino; non per responsabilità sua, ma perché evidentemente nessuno ha niente di davvero critico da dire su De André, del quale anche la frequentazione eccessiva con l'alcol viene rievocata come una affascinante caratteristica da “maledetto”. O meglio: nessuno ha voglia di esternarle, le sue critiche, dalle quali non si vede perché De André dovesse essere esente. Oppure quelli che non parlerebbero bene di De André non sono stati interpellati, o hanno preferito non contribuire al progetto; che si apre nientemeno che con una prefazione di Wim Wenders, e si chiude con due pagine firmate da Morgan (e poi con, in appendice, i brevi e utili profili di tutti gli intervistati).

Ci sono anche, nelle ultime pagine, un’intervista di Gentile a De André, interventi di Enrico De Angelis, Andrea Parodi, un’altra intervista del 1967 di Berto Giorgieri, articoli di Fernanda Pivano, Stefano Benni, Michele Serra e Nicola Piovani. E sono queste le pagine che si leggono meglio: non perché il loro contenuto sia più interessante, ma perché non sono funestate – diversamente, purtroppo, dalle duecento pagine precedenti - da una ridda di boxini, pallini, e fondini colorati che rendono difficile la lettura dei testi (specialmente su carta lucida). Lo so, ho già scritto le stesse parole a proposito del libro su Lucio Battisti di Donato Zoppo; ma davvero questa impaginazione saltabeccante è fastidiosissima. Chissà se l’autore è d’accordo.

Franco Zanetti