CANZONI – FRANCESCO GUCCINI

Gabriella Fenocchio

Voto Rockol: 3.5 / 5

Giusto un annetto fa, in merito alla proposta di insegnare i cantautori nelle scuole, esprimevo le mie perplessità con queste parole:

Da qualche tempo si blatera della necessità di insegnare la canzone d’autore (cioè ‘i testi’ della canzone d’autore) nelle scuole. Da bravi: lasciate perdere, vorrei dire a quelli che – perché convinti o per altre e meno nobili ragioni – propugnano questa idea. Lasciate perdere, perché di professori che saprebbero insegnare questa materia non ce ne sono, perché si insegnerebbero soltanto i testi e gli autori politicamente corretti, e perché insegnare le canzoni a scuola mi pare un ottimo metodo per farle detestare ai ragazzi

Ed ecco arrivare sulla mia scrivania questo libro che, senza nulla togliere alla qualità intrinseca del lavoro compiuto dall’autrice, mi pare confermare la fondatezza delle mie preoccupazioni.

Gabriella Fenocchio, docente di lettere in un liceo bolognese, ha scelto 43 canzoni di Francesco Guccini, e ne ha trattato i testi come poesie – cioè come vengono trattate le poesie nei testi di letteratura italiana dei licei. Cioè corredando ciascuno di essi di un’analisi approfondita, e assai colta (“E il richiamo, che pur si porta dietro una suggestione eliotiana, trasferisce lo squarcio del passato in un paesaggio olandese” – a pagina 97) che comprende anche la struttura metrica, e aggiungendo note a piè di pagina, proprio – appunto – come si fa per le poesie dei libri di testo volendo spiegare l’etimologia di una parola o il riferimento di un nome o il senso di una metafora.

Francesco Guccini è forse il più letterario dei nostri cantautori, insieme a Roberto Vecchioni, e i suoi testi, che spesso riecheggiano Gozzano, Pascoli, Carducci, si prestano bene ad un trattamento di questo genere. Che poi un trattamento di questo genere faccia loro bene, è tutto da dimostrare. In “Canzone delle situazioni differenti” Guccini scrive: “le piccole modeste storie mie / che non si son mai messe addosso il nome di poesie”; ma la civetteria guccininana trova precisa corrispondenza in quanto ha detto Francesco De Gregori lo scorso anno durante un incontro all’Università di New York:

“Sono sicuro che quello che faccio io, e che fa Bob Dylan, e che fanno molti altri cantautori, non è poesia, per niente. Una canzone è una canzone perché ha un testo e una musica e qualcuno che la canta; a fare una canzone sono il testo, la musica e la performance, tre componenti inseparabili, altrimenti cade tutto”.

Il libro della professoressa Fenocchio suscita in me, padre di un bambino di quasi nove anni, un timore immenso: quello che quando mio figlio sarà al liceo qualcuno gli chieda conto, interrogandolo alla cattedra, della struttura metrica di “La locomotiva”. E lui dovrebbe rispondere:

“Strofe esastiche con schema di rime AAbc(d)DC: il terzo verso è irrelato, mentre è costante, nel quinto verso, la rima al primo emistichio. Il primo, il secondo e il quinto sono versi doppi, composti da un settenario – eccezionalmente ipometro al v.26 – e, più spesso, da un novenario, o da un endecasillabo, eventualmente un settenario (soltanto in due occorrenze l’ipermetria si spinge alla misura del decasillabo, al v.6, e del dodecasillabo, al v.72). L’assonanza sostituisce la rima ai vv. 31-32, 43-44 e 67-68 e nella rimalmezzo dei vv. 17 e 41, la consonanza nella rimalmezzo del v.5”.

Mio figlio, tornato a casa, darebbe fuoco al mio vinile di “Radici”. E non potrei dargli torto.

Franco Zanetti

 

PS: a Francesco Guccini, però, questo libro non è dispiaciuto; non solo ha fornito all’autrice alcune riproduzioni di testi manoscritti, ma ha anche accettato di partecipare con lei a un incontro al Teatro Carignano di Torino. 

PPS: a onore della professoressa Fenocchio va anche sottolineato che, riportando il testo di “Auschwitz”, il suo libro cita correttamente la frase “ma ancora tuona il cannone e ancora non è contenta di sangue la belva umana”: per sapere a cosa mi riferisco, leggete qui