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Recensioni / 05 lug 2019

Mattia Marzi - MAMMA ROMA - la recensione

Voto Rockol: 4.0/5
MAMMA ROMA
Mattia Marzi

“…ho chiesto rifugio a questa città imperfetta, stonata e contraddittoria. L’ho chiesto a lei, perché la sua confusione è stata capace di accogliere la moltitudine che mi abita dentro. Perché il suo tumulto risuona con il mio. Amo Roma per il suo essere creatura ibrida, plurale, non contenibile in alcuna etichetta.” Lo scriveva qualche tempo fa in un bell’articolo uscito su La Repubblica Alessandro Michele, direttore creativo Gucci, classe ’72, romano di Montesacro, lo scrive - e lo spiega - il giornalista musicale Mattia Marzi (giovanissimo, 24 anni) nel suo “Mamma Roma - la terza scuola di cantautori della Capitale”, libro/racconto dettagliato della nuova scena musicale romana diviso in capitoli che sembrano quartieri o viceversa.

Due mondi probabilmente molto lontani, i loro, tenuti però insieme da un città letteralmente larger than life, impossibile da circoscrivere e raccontare compiutamente, che sembra in grado di poter reggere a qualsiasi colpo della sorte - perfino in questi giorni in cui il pietoso stato in cui versano le sue strade ricolme di immondizia, incendi, alberi caduti, topi e gabbiani suscita allarmi seri per la salute dei suoi abitanti - e da questo potersi rialzare ogni volta, restituendo arte, creatività e spirito al posto dell’incuria, dell’inciviltà, della violenza. 

Al centro della narrazione di “Mamma Roma”, dopo una prima parte che riassume la storia delle altre due scuole romane - quella del Folkstudio di Giancarlo Cesaroni, che ebbe il suo apice negli anni ’70 portando alla ribalta cantautori come De Gregori, Venditti, Gaetano e tanti altri, e quella nata all’inizio degli anni ’90 presso il Locale di Vicolo del Fico, con Gazzè, Silvestri, Fabi, Sinigallia, Frankie Hi NRG a farla da padroni - c’è il racconto della terza scuola cantautorale degli anni ‘10, baciata tanto dalla fortuna indie (I Cani, Giorgio Poi, Galeffi) che da quella mainstream (Calcutta, The Giornalisti, Ultimo), una scuola che come la città alleva, fa crescere ed “arrivare" artisti assai diversi tra loro, dai succitati a Coez, da Carl Brave e Franco126 a Giulia Anania, da Motta a Gazzelle, solo per citarne alcuni.

Marzi è molto bravo e attento nel ricostruire storia, avventure, cadute, successi e nel distribuire i meriti, citando nomi, cognomi, locali, etichette, format live e connessioni. Ed ha anche il merito il riconoscere a figure come Riccardo Sinigallia il ruolo di “trait d’union” tra la seconda e la terza scena e a Niccolò Contessa dei Cani quello di essere stato il primo nella Capitale ad aver dato forma e argomenti a quella che sarebbe stata a tutti gli effetti una nuova musica.

C’è poi una terza presenza musicale, nel libro, quasi un’ombra nobile che incombe su scene, riferimenti e narrazioni, ed è quella di Antonello Venditti, che forse quanto nessuno ha scritto di Roma e su Roma. Molte delle sue immagini sono nell’aria, nell’inconscio musicale di chi vive a Roma, e affiorano qua e là dalla penna dell’autore. 

Ma al centro del centro della narrazione c’è sempre lei. Roma, i suoi quartieri che somigliano a stati d’animo, le sue stagioni tutte buone per scrivere - o ascoltare - nuove canzoni. Da Prati a San Basilio, da Montesacro al Pigneto, da Centocelle a Trastevere, si viaggia o si immagina di viaggiare per quartieri che sono soltanto spicchi di qualcosa di eternamente più grande e indefinibile, e in alcuni momenti se ne percepisce il respiro. C’è un ritratto di Roma, di tutto quello che può fare nel bene e nel male per svezzare e far crescere i propri figli e di quanto alla fine si debba comunque dirle grazie.

Luca Bernini