Recensioni / 27 feb 2013

Rolling Stones - CROSSFIRE HURRICANE - la recensione

Voto Rockol: 4.0/5
CROSSFIRE HURRICANE
I festeggiamenti dei 50 anni di carriera dei Rolling Stones hanno lasciato un scintillante strascico di dischi, cofanetti, film e dvd (o Blu-Ray). A "Crossfire hurricane" di Brett Morgen, un'ora e cinquanta minuti di documentario sottotitolato anche in italiano con i commenti fuori campo dei membri della band, spetta il compito di storicizzare e contestualizzare quell'incredibile, entusiasmante e tragica epopea unendo tutti i punti chiave e gli snodi cardine della storia attraverso il recupero di materiali inediti o (soprattutto) già noti: curioso, e significativo, che lo faccia concentrandosi soprattutto - a parte qualche rapidissima incursione tra i tempi di "Angie" (1973) e quelli di "Miss you" (1978), i primi anni Ottanta e il concerto del 2006 al Beacon Theatre immortalato da Martin Scorsese in "Shine a light" - sui primi dieci anni di vita, dando implicitamente ragione a chi da sempre sostiene che i veri Stones "finiscono" con "Exile", 1972, e che il dopo, "Some girls", "Tattoo you" e poco altro a parte, è un di più, un corollario, una postilla (si tratta, peraltro, di una versione dei fatti autorizzata, dal momento che tutti gli Stones, Jagger in primo luogo, figurano coinvolti nella produzione della pellicola).

Quella storia "Crossfire hurricane" (titolo appropriato, ed estratto dal primo verso di "Jumpin' Jack Flash") la ripercorre con un montaggio serrato e incalzante in sintonia con il susseguirsi frenetico degli eventi raccontati. Si parte (e poi si ritorna) dal Madison Square Garden e dal tour americano del 1972, gli Stones nel pieno del loro splendore decadente, per retrocedere subito in flashback al suggestivo bianco e nero degli esordi davanti a folle urlanti di ragazzine che se la fanno addosso dall'eccitazione e che invadono sistematicamente il palcoscenico obbligando i musicisti a fughe precipitose in auto o sui binari della ferrovia ("per tre anni non siamo riusciti a finire uno show", ricorda Keith Richards). Attraverso immagini recuperate da interviste, notiziari e programmi tv d'epoca come il Dick Cavett Show, dal recentissimo (e delizioso) "Charlie is my darling" (sul tour irlandese del 1965), da "Sympathy for the devil" di Godard, da "Stones in the Park", da "Gimme shelter" dei fratelli Maysles, dal "Rolling Stones Rock and Roll Circus", da "Stones in Exile" ma anche dal raro e scabroso "Cocksucker blues" di Robert Frank, Morgen dipana il suo intreccio a beneficio dei neofiti ancor più che degli iniziati, senza tralasciare nessun momento topico: gli inizi marchiati dal sacro fuoco del blues, la Swinging London e la stagione psichedelica, l'ascesa e caduta agli inferi di Brian Jones, il funerale e il concerto commemorativo ad Hyde Park con il debutto di Mick Taylor (anche lui ha voce in capitolo), gli arresti, i processi e le retate della polizia, le campagne denigratorie dei tabloid ai tempi degli "Stones contro tutti", il disastro e l'orribile clima di violenza di Altamont, l'esilio fiscale in Francia per incidere "Exile on main street", l'arrivo di Ron Wood e l'inizio di una fase più giocosa, caciarona ma anche meno produttiva. Sex and drugs, certo, ma soprattutto rock'n'roll perché a dispetto della lente sociologica e di costume montata da Morgen sulle sue cineprese è la musica, come dice lo schivo e taciturno Charlie Watts (uno a cui "piacerebbe far parte dei Rolling Stones senza che a nessuno gliene importi dei Rolling Stones") il vero motivo del successo del gruppo.

Tirando i fili della storia con l'aiuto della band, Morgen traccia un resoconto succinto ma tutto sommato esauriente in cui ognuno esce per quel che è: Jagger istrione, acuto, dandy, consapevole di recitare una parte; Richards, di volta in volta nei panni di pirata, Jesse James e Dracula, re degli aforismi e delle sentenze a bruciapelo (compresa la celeberrima "mai avuto problemi con le droghe, piuttosto con la polizia"), Wyman sfuggente e sempre un passo indietro, Jones già compreso in un mondo tutto suo prima di perdere completamente la testa, Taylor "sepolto vivo" nel blues (e costretto ad abbandonare la band per salvarsi la vita e curare la dipendenza dall'eroina). E sono proprio i commenti raccolti di fresco dalla band a dare all'opera un sapore di inedita intimità "dietro le quinte" (con qualche osservazione illuminante, come quando Wyman ricorda che la particolarità del modo di suonare degli Stones era che "noi seguivamo Charlie, e Charlie seguiva Keith. La batteria era sempre in ritardo di una frazione di secondo e c'è una sorta di leggerissima indecisione che è molto pericolosa perché tutto può crollare in qualsiasi momento"). Anche se la vera chicca, per i fan, si annida nei "bonus" accanto a trailer, interviste al regista e notazioni tecniche sul montaggio di suoni e immagini: un breve ma impagabile reportage in bianco e nero degli Stones a Münster, l'11 settembre del 1965, giovani, intensi e già consapevoli di sé mentre si lanciano nell'esecuzione di "Satisfaction" e di "It's all right" di Bo Diddley.