«LIVE FROM THE ARTISTS DEN - Robert Plant» la recensione di Rockol

Robert Plant - LIVE FROM THE ARTISTS DEN - la recensione

Recensione del 16 lug 2012

La recensione

Chi ha visto Robert Plant e i Band Of Joy dal vivo all'Arena Civica di Milano, l'estate scorsa, ricorderà probabilmente quel concerto come uno dei migliori show della passata stagione anche se tenuto in condizioni non ottimali (set ridotto per lasciare spazio all' headliner Ben Harper). Resta il fatto che il leggendario vocalist dei Led Zeppelin sta vivendo una straordinaria rinascita artistica soprattutto da quando, lui "inglese completamente innamorato della musica americana", si è gettato con l'entusiasmo e la curiosità di un neofita alla riscoperta delle radici secolari del rock, prima in coppia con la violinista e cantante bluegrass Alison Krauss e poi con la nuova incarnazione della Band Of Joy, un quintetto d'assi in cui sfavillano le prodezze chitarristiche di Buddy Miller (non un virtuoso in senso stretto dello strumento, piuttosto un mago del suono vintage e abrasivo con il bonus del physique du rôle), la grazia grintosa della cantautrice di Austin Patty Griffin (alter ego vocale di Plant in gran parte del repertorio) e il prezioso talento multistrumentale di Darrell Scott (che suona chitarre elettriche e acustiche, banjo, mandolino e pedal steel con una naturalezza sbalorditiva, aggiungendo al tutto un timbro di voce profondo e impeccabile).
Con una tale line up, completata da una versatile sezione ritmica composta da Byron House (basso/contrabbasso) e Marco Giovino (batteria), Plant ha buon gioco nel proporre arrangiamenti inventivi di un repertorio selezionato dall'album uscito due anni fa (traditional blues e country, cover dei Los Lobos e di Richard Thompson), dalla sua produzione solista (la psichedelica "Down to the sea" e una soffice "In the mood" che cita i Fairport Convention di Sandy Denny) e soprattutto dal sacro catalogo Zeppelin. E siccome, come spiega lui stesso, di cover band del Dirigibile è pieno il mondo, "Black dog", "Houses of the holy" e "Rock and roll" perdono qui l'aggressività hard degli originali per tramutarsi in swinganti omaggi al vecchio rockabilly, mentre "Tangerine" esalta le sue sfumature country, "Ramble on" si colora di Medio Oriente e"Gallows pole" scava nel solco del folk più atavico prima di esplodere in un finale serrato. Piace l'attitudine di Plant, incline a far di necessità virtù arpeggiando le corde più intime e morbide della sua vocalità e disposto a lasciare il primo piano ai compagni quand'è il caso (la Griffin per il gospel "Move up" corretto Sun Records, Scott per una straordinaria resa vocale della ballata country di Porter Wagoner "A satisfied mind", Miller in una "Somewhere trouble don't go" in cui il bandleader rispolvera la sua armonica blues), e niente meglio del commiato a cappella di "I bid you good night", altro gospel già caro ai Grateful Dead, spiega l'armonia di intenti e il gioco di squadra che stava alla base di questa formidabile, e purtroppo estemporanea, band. Completano un'ora e un quarto di musica sublime una stimolante intervista con Plant, una galleria fotografica e un breve filmato dedicato allo storico War Memorial Auditorium di Nashville che l'8 febbraio del 2011, durante una copiosa nevicata, ospitò la performance. Peccato solo non si tratti di un concerto completo, e che le note di un altro bellissimo oldie, "Twelve gates to the city", sfumino sui titoli di coda.
(Alfredo Marziano).
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