Dade, il suo primo film da regista è "Rider"
"Rider", il primo film da regista di Dade, co-diretto con Roan Johnson, è stato presentato in anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia. La Mostra è un contesto molto formale, forse persino un po’ ingessato, che quest'anno però ha saputo intercettare uno degli esperimenti a cavallo tra musica e cinema più innovativi tentati negli ultimi anni in Italia. Un progetto che, non a caso, rappresenta una prima volta per molte delle persone coinvolte.
L’idea dietro questo film musicale che racconta "una storia che potrebbe capitare a tutti", nasce proprio da Dade e Johnson, che discutono a lungo della possibilità di realizzare una sorta di “videoclip musicale esteso”: raccontare un’intera storia attraverso le canzoni, accompagnandole con una dimensione visiva costante e coerente. Mentre cominciano a mettere insieme i brani della colonna sonora (anticipata dal singolo "Tout est noir" firmato dai registi con featuring di Lorenzo Aloi, Johnny Marsiglia e Axos), però, i due si rendono conto di avere tra le mani qualcosa di più grande, che travalica nel cinema. Non propriamente un musical, non un videoclip esteso e nemmeno la trasposizione visiva di un concept album, ma qualcosa di ibrido che sembra provare a costruirsi un linguaggio proprio.
Per capire se l’idea possa davvero funzionare, i due registi girano anche una breve clip a casa di un amico di Dade e, insieme a Carlo Sgarzi di Red Joint Film, la mostrano a Giorgio Scorza di Movimenti Production durante la presentazione del pitch del progetto. Il filmato non dura nemmeno un minuto, ma bastano pochi secondi perché il produttore dica: “Facciamolo”. Movimenti, studio d’animazione arrivato alla notorietà internazionale anche grazie al successo delle serie di Zerocalcare su Netflix, si sta muovendo da tempo verso il live action e cerca il progetto giusto per intercettare quel pubblico giovane a cui si rivolge gran parte delle sue produzioni. Data l'ambizione del progetto, servono partner a supporto della produzione che portino l'esperienza cinematografica necessaria. Entrano così in scena prima Mattia Mor di Emotion Network, poi Rai Cinema e infine I Wonder Pictures, uno dei distributori più attenti alle proposte meno convenzionali del panorama italiano.
"Rider" è dunque un'avventura per tutti: un esperimento che vive a cavallo tra musica e cinema e che nasce già con la possibilità di essere replicato altrove, attraverso altri formati e persino in altri Paesi. Al centro c’è Roan Johnson, regista e sceneggiatore, ma c’è anche Dade che, dopo aver accumulato esperienza con le colonne sonore e la musica per il cinema, sembra sempre più attratto da ciò che succede dall’altra parte della macchina da presa. Gli abbiamo chiesto se sia davvero così, ma anche come si costruisca un film e cosa significhi provare a riportare al centro dell’ascolto contemporaneo qualcosa che sembrava quasi perduto: l’idea stessa di album.
Hai definito "Rider" "un album che puoi vedere o un film che puoi ascoltare": da dove siete partiti per costruire un progetto così ibrido? Che cosa è nato prima: la storia, le canzoni o il linguaggio del film?
Siamo partiti dalle canzoni, perché in realtà questo film, proprio nel suo embrione, era un’idea molto più breve ed era legata molto di più a una sorta di album visuale. A un certo punto il processo è diventato talmente divertente e abbiamo cominciato a scrivere talmente tanto che si è trasformato in un film. Siamo però partiti dalle canzoni, tanto che cercavamo di scriverne il più possibile: ne abbiamo scritte settantotto. Quella è stata la parte difficile, poi ci siamo detti: “Ok, da adesso possiamo cominciare a scrivere tutta la storia intorno”. Abbiamo steso la sceneggiatura e, poco alla volta, siamo arrivati al film.
Tu e Roan Johnson venite da background molto diversi. In fase di scrittura e poi sul set avete dovuto trovare un equilibrio tra ciò che funzionava musicalmente e ciò che funzionava cinematograficamente? Come avete costruito un linguaggio comune?
Prima ancora di iniziare a scrivere questo film, abbiamo fatto delle lunghe chiacchierate. Ci siamo resi conto fin dall’inizio che sarebbe stato un progetto atipico e difficile, perché il nostro obiettivo era cercare quasi di inventare un genere, una specie di nuovo linguaggio che non si basasse sugli stilemi classici del musical, né su quelli del film o di un EP, ma cercasse di mischiarli tutti insieme.
Abbiamo messo da parte gli ego, i nostri per primi, e abbiamo cercato di guardare sempre alla storia: era la trama a comandare. Lo abbiamo spiegato anche agli autori e a tutti i rapper con i quali abbiamo collaborato e anche loro hanno capito e abbracciato questo approccio. È molto diverso scrivere delle canzoni mettendoci dentro te stesso e farlo interpretando un ruolo, come se dovessi essere qualcun altro. Questo stadio intermedio ci ha facilitato il compito perché ci ha liberati: riuscivamo a trasportarci dentro i personaggi e a scrivere non per noi stessi, ma per loro.
Sul set di "Rider" ho imparato veramente tantissimo su cosa significhi fare un film. Avevo delle visioni molto precise, anche molto grandi, ma non sapevo come metterle in pratica e me ne sono reso conto il primo giorno sul set, quando ho scoperto tutte le dinamiche che stanno dietro alla realizzazione concreta di un film. Allo stesso modo, Roan aveva grandi idee e magari diceva: “Voglio scrivere questa canzone”, ma non aveva idea di come si facesse, quindi ho insegnato a lui e lui ha insegnato a me, fondamentalmente.
Ti abbiamo già visto avvicinarti al cinema con "Gloria!" che ti ha anche portato ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento. Con "Rider" fai un passo ulteriore verso la regia: ti stai progressivamente spostando verso il cinema o è il cinema a offrirti possibilità musicali che oggi fatichi a trovare nell’industria discografica?
La seconda opzione. Il mio grande amore è sempre stato e sempre sarà la musica, perché arrivo da lì fin da quando ero bambino: sono trentacinque anni che vivo di musica e lo farò per tutto il resto della vita. Devo dire però, con un po’ di rammarico, che nel corso degli anni il mercato musicale – e forse anche il modo in cui sta andando la società in generale – ha cominciato a starmi un po’ stretto. Faccio fatica a stare dentro quelle quattro mura della canzone che deve vendere, che deve andare in radio, che deve essere sentita da tante persone, perché se non la sentono in tanti allora significa che è una brutta canzone. Questo meccanismo mi aveva davvero stufato.
Nel cinema, invece, ho ritrovato la vitalità e la gioia di fare musica, soprattutto perché puoi accompagnarla alle immagini, che te la fanno sentire ancora di più. Questo ulteriore passo che ho fatto verso la regia mi ha insegnato veramente tanto: progetti come "Rider" mi stanno facendo venire molta voglia di realizzare altre cose, magari anche da solo, in cui ovviamente c'entri la musica ma anche la regia. Credo che la musica sarà per sempre il mio cavallo di battaglia, il mio modo di esprimermi. Me la porterò dietro anche se dovessi fare qualcosa esclusivamente di regia cinematografica.
Le canzoni di "Rider", ascoltate in sequenza, formano quasi un concept album in cui il concept è la trama stessa. È l’opposto dell’ascolto contemporaneo dominato da singoli, playlist e piattaforme: volevate restituire centralità a una certa idea di album?
Hai centrato perfettamente il punto. Ci siamo sempre detti: facciamo tornare quel bellissimo momento in cui andavi a comprarti un disco, tornavi a casa, ti aprivi una birra, mettevi giù la puntina del vinile e te lo ascoltavi dall’inizio alla fine.
Quell’ascolto lì, per me, era sempre qualcosa di magico. Mi ricordo interi pomeriggi in cui scoprivo un disco, in silenzio, dall’inizio alla fine, senza nessun tipo di distrazione, e ogni volta sentivo che mi arricchiva proprio come uomo, che mi faceva crescere. L’idea per noi è stata esattamente quella. Ci siamo detti che al primo nero si doveva sentire proprio la puntina del disco che scende e sui titoli di coda dovesse esserci la puntina che sale. Quindi assolutamente sì: volevamo ridare importanza all’album e non alle singole canzoni.
Perché avete scelto proprio il rap come linguaggio portante? In "Rider" si passa continuamente dal parlato alla rima, dalla canzone alla narrazione e viceversa.
Quando Roan mi ha proposto l’idea e mi ha detto: “Voglio provare a scrivere delle canzoni narrative”, gli ho risposto che l’unico modo per farlo era di utilizzare il rap, che è un genere che adoro e amo, specie quando è storytelling. Le grandi canzoni di storytelling del rap italiano, per me, sono imbattibili: quando mi racconti una storia con il rap mi hai già conquistato.
Nel film nessuno vuole diventare rapper, non si parla di musica: è una storia qualsiasi, che potrebbe capitare a chiunque: il rap è l’unico mezzo che ci permette di fare questo lavoro, anche perché molto spesso può trasformarsi in spoken word. Per noi è diventato anche una sorta di voce narrante del film, una voce narrante in rima, quindi ha moltissime sfaccettature. Abbiamo cercato anche di contaminarlo molto musicalmente: non è che nel film ci siano soltanto canzoni rap nel vero senso della parola. C’è musica elettronica, c’è del rap sopra gli archi, sopra il pianoforte. Abbiamo cercato di allargare il concetto di rap.
Anche le collaborazioni allargano molto questo linguaggio: ci sono rapper, ma anche Rosa Chemical, Levante e Margherita Vicario. Come avete scelto gli artisti e come hanno reagito i rapper alla necessità di mettere da parte il proprio vissuto e scrivere attraverso la voce di un personaggio?
Si sono stupiti di quanto fosse più facile uscire dalla gabbia del parlare di sé stessi. Se ci pensi, il rapper di base ha un ego gigantesco: deve sempre parlare del proprio personaggio, di quanto è figo, di quanto è bravo. È una musica che nasce anche come riscatto, giustamente, e si porta dietro questo aspetto molto egoriferito.
Abbiamo cercato di destrutturare questo meccanismo. All’inizio Axos e Johnny Marsiglia erano un po’ titubanti, poi quando abbiamo cominciato a scrivere davvero le canzoni a quattro, cinque, sei mani hanno detto: “Cavolo, ma è bellissimo, mi permette di fare tantissime cose in più”.
Per quanto riguarda il cast, fondamentalmente sono tutti amici con cui avevo già collaborato a livello musicale. Quando avevamo in testa i nostri personaggi, cercavo di ripescare tra le mie amicizie le persone che potessero corrispondere a quei ruoli. I nomi sono venuti fuori tutti subito, non ho dovuto pensarci molto.
Anzi, all’inizio ci sono state delle offerte, ci hanno detto: “Sì, tutto bello, però vorremmo questi nomi”, proponendoci opzioni molto più modaiole. Noi abbiamo risposto: “No, grazie, non ci interessa”, perché a quel punto i personaggi, nella nostra testa, erano ormai diventati loro. Non potevano essere interpretati da nessun altro.
Quanto avete cercato di far entrare l’identità specifica di Milano, dove è ambientato il film, anche nella musica?
Abbiamo discusso a lungo su dove ambientare il film e Roan ha insistito molto perché questo teatro fosse Milano. Io mi sono concentrato un po’ di più sull’aspetto personale di Sami, il nostro protagonista, mentre lui ha voluto giustamente che si muovesse sulle strade di Milano perché è una città piena di contraddizioni ed è l’unica vera capitale europea che abbiamo in Italia, per una storia che potrebbe venire replicata anche all'estero. Ovviamente, se la storia è ambientata a Milano, a un certo punto deve anche suonare un po’ come Milano.
Ma come si fa a far “suonare” qualcosa come Milano?
In realtà ho cercato di non farlo troppo, perché avevo paura. A quel punto avrei dovuto andare su altri lidi, magari scegliere tutto quello che sta uscendo dalle periferie milanesi, sai, tutta la nuova trap e così via. È qualcosa che non mi appartiene, perché io sono di Torino, orgogliosamente di Torino: obiettivamente quella cosa milanese non ce l’ho.
Quindi ho cercato anche qui di fare un lavoro che potesse essere milanese, ma allo stesso tempo di più ampio respiro. Se tu porti questo film a Parigi piuttosto che a Catanzaro, è una storia che puoi raccontare nello stesso identico modo, perché la musica è universale, non è rinchiusa dentro delle gabbie.
Avete presentato "Rider" a Venezia: che atmosfera stai percependo intorno al film?
Appena usciti dalla proiezione abbiamo provato veramente una grandissima emozione. C’era tutto il cast con noi e sono super felice di averli avuti tutti là. Sento un’aria attorno al nostro film molto bella, che sinceramente non mi aspettavo. Per me è una grande sorpresa.
Anche da parte dell’industria senti curiosità per un progetto così insolito?
Sì, assolutamente. C’è grande curiosità. Il film ha stupito molto perché fondamentalmente parte da un’idea che vuole essere innovativa e, in qualche modo, secondo me ce l’abbiamo fatta. Vedo un po’ tutti con una reazione del tipo: “Cazzo, non è che abbia capito benissimo cosa ho visto, però mi è piaciuto moltissimo e voglio rivederlo”.
Rider arriverà nelle sale italiane a partire dall’8 ottobre 2026 distribuito da I Wonder. La colonna sonora del film, prodotta da Metatron/INRI, è distribuita da Universal e disponibile dal 2 ottobre, in digitale e vinile.