«INSURGENTES - Steven Wilson» la recensione di Rockol

Steven Wilson - INSURGENTES - la recensione

Recensione del 18 ott 2010

La recensione

Registrato in giro per il mondo con tappe in Giappone, a Tel Aviv e a Città del Messico (il titolo dell’opera prende spunto dalla Avenida de los Insurgentes, la via più lunga della capitale centroamericana), il primo disco solista di Steven Wilson (Porcupine Tree), pubblicato a fine 2008, era predestinato a diventare il soggetto di un “musical road movie”, presentato in anteprima all’International Film Festival di Copenhagen nel novembre del 2009 e poi circolato anche in altre rassegne cinematografiche internazionali. Siccome lo firma il danese Lasse Hoile, responsabile dell’immagine e dei video di tutte le produzioni wilsoniane, il risultato è un racconto (soprattutto nella prima parte) non lineare, a tratti onirico e surrealista, contraddistinto da quella fotografia “decolorata”, satura e sgranata che è la sua inconfondibile firma: flash inquietanti di uomini con teste di rapaci o il volto coperto da maschere a gas (la copertina dell’album), baracche in rovina, detriti industriali, lande desolate, fari, cimiteri, una surreale sequenza girata a Disneyworld e un’inquietante “foresta di bambole” mutilate e appese a rami d’albero spezzano, arricchiscono e commentano il diario di bordo di Wilson, in perenne movimento tra aeroporti, traghetti, talk show televisivi, incontri con fan, produttori e musicisti (Trevor Horn, gli svedesi Opeth, il cantante Aviv Geffen suo partner musicale nei Blackfield) e concerti (un’esibizione del suo progetto ambient Bass Communion a Città del Messico è uno dei bonus del Dvd). “Insurgentes” è un viaggio nella memoria – Wilson fa parlare i genitori e torna a visitare il liceo di Hemel Hempstead (Hertfordshire) dove studiò ed esordì in pubblico come musicista – e allo stesso tempo una riflessione sulla sua condizione di artista rock “esploratore”: l’autore, cantante e chitarrista racconta (in inglese e senza sottotitoli, almeno nella copia da noi visionata) la sua attrazione molto inglese per i treni, il rapporto d’odio e amore con la tecnologia e il ben noto disprezzo per gli iPod (che distrugge a fucilate, col martello, con la fiamma ossidrica o passandoci sopra in automobile, in una sequenza di immagini che hanno già fatto epoca su YouTube), la passione per il vinile e per la musica fine ’60-’70, l’inclinazione allo spleen e alla malinconia che porta a elevare lo spirito (“la musica allegra mi deprime”). Compassato e serissimo, per sua stessa ammissione autoindulgente, ma con un tocco salvifico di autoironia: a una ragazza che gli chiede che musica faccia risponde serenamente “weird shit”, “robaccia strana”.
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