«COMMUNITY MUSIC - Asian Dub Foundation» la recensione di Rockol

Asian Dub Foundation - COMMUNITY MUSIC - la recensione

Recensione del 27 mag 2000

La recensione

«Gli Asian Dub Foundation sono guerrieri MIDI del 21esimo secolo. Il loro suono distintivo consiste in una combinazione di potenti ritmiche ragga-jungle, linee di basso indo-dub, chitarre ispirate ai suoni del sitar e sonorità tradizionali estrapolati dalle collezioni di dischi dei loro genitori e messe in circolo in compagnia di testi parlati veloci e ispirati». Così gli stessi ADF, sul loro sito (www.asiandubfoundation.com), nella definizione del loro stile, puntualmente descritto e immaginato in queste poche righe. Ed è un fatto che più si va avanti nel tempo e più il gruppo angloasiatico dimostra di aver sincronizzato la propria musica come una bomba ad orologeria, rendendola sempre più dirompente nei confronti di una società e di un audience che si imbastardisce di continuo dal punto di vista razzial-musicale. Averli visti di recente aprire il concerto milanese dei Rage Against the Machine dava un’idea della potenza e l’energia ‘trance’ che il gruppo è in grado di scatenare una volta sul palco, grazie a una serie di matrimoni perfetti tra elementi che fanno della loro musica un turbine di suono dal quale è piacevole farsi portare. Elettronica e tradizione, ritmiche forsennate e costruzioni armoniche leggere, toasta’ in perfetto stile giamaicano e rap indo-pakistano, compulsività ed emozione, festa e militanza: difficile resistere a tutto questo, una volta sotto il loro palco, e infatti non è un caso che da tempo fior di musicisti – compreso il loro mentore, Bobby Gillespie dei Primal Scream – considerano la band uno dei live act più caldi dell’intero Regno Unito. “Community music” è il nuovo tassello di un mosaico che gli ADF hanno iniziato a costruire ormai 7 anni fa, e propone una nuova raffica di brani – sono 14, tra cui i due singoli “Real Great Britain”, definizione del loro impegno per la causa meticcia e immigrata, e il recentissimo “New way, new life” – che rafforzano ancora la caratura artistica di questa band, capace di far ballare ad un proprio concerto così come di evocare i climi più eterei ed estatici della ambient-trance. Album coeso e molto omogeneo nell’approccio, “Community music” mette sin dal titolo la musica e la proposta degli ADF sulla stessa strada percorsa e indicata tempo addietro da personaggi sciamanici come Afrika Bambaata e – soprattutto – Linton Kwesi Johnson, come fautori cioè di una musica rivolta da un lato ad una comunità etnico-razziale ben precisa, dall’altro intendendo quella stessa parola – comunità – nella sua accezione più vasta, sovranazionale, andando a comprendere i loro fans sparsi in tutto il mondo e dediti ad un sound omnicomprensivo come il loro. Condito con parole dure e a tratti sarcastiche nei confronti delle limitazioni mentali e delle contraddizioni che vive una società multiculturale e al tempo stesso tradizionalista come quella inglese – modello sociale veramente unico al mondo nella sua capacità di essere da un lato espressione di melting pot reale e dall’altro baluardo di istituzioni e riti arcaici nazionalisti – “Community music” è il disco per la nuova società inglese e per quella europea, della quale la prima è per molti versi una punta avanzata, cugino di altre espressioni culturali in atto già da tempo come i libri di Hanif Kureishi (“The black album” è un ottimo esempio in questo senso) o di film come “East is east”, con meno rivendicazioni di origini e una maggiore propensione alla mescola. Il ballo e le ritmiche delle sue canzoni garantiscono il risultato.
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