«MYSTERY WHITE BOY - Jeff Buckley» la recensione di Rockol

Jeff Buckley - MYSTERY WHITE BOY - la recensione

Recensione del 26 mag 2000

La recensione

Mai parlare male di un morto, si dice. Soprattutto quando si tratta di Jeff Buckley, e quando di mezzo ci sono un album ("Mistery white boy") e un DVD ("Live in Chicago") così palpitanti e pressanti da far pensare che l'uomo in questione sia ancora vivo, o che almeno abbia da un qualche aldilà sporto verso la terra il suo zampino, per dare un parere su questa nuova operazione audio/video. Che normalmente, va detto, potrebbe essere considerata al pari di quelle manovrine commerciali tipiche della famiglia Hendrix: prendiamo qualche registrazione da un concerto, se ci sono un paio di inediti tanto meglio, mettiamo tutto assieme e chi s'è visto s'è visto.
Invece no: qui qualcosa trattiene l'ascoltatore dal dire "è la solita bufala". Sarà che dietro tutto ciò c'è un criterio, almeno apparente: trarre i brani dalle apparizioni live di Jeff Buckley del 1995 e del 1996, e solo da quelle.
Il che fa venire in mente un paio di domande: perché privilegiare proprio questi due anni, cioè gli ultimi della vita di Buckley - in cui a detta del musicista stesso la sua vena creativa, la sua energia andavano affievolendosi? Seconda domanda: perché non scegliere di riprodurre su Cd un concerto unico, come nel caso del DVD, e decidere invece di trarre i pezzi dai live australiani, statunitensi, francesi?
Domande destinate a restare senza risposta.
A un primo ascolto, questa complessa pubblicazione - che tra DVD e Cd mette assieme anche diverse cover "chicche": ci sono brani di Nina Simone, Leonard Cohen, Judy Garland, MC5 - è tormentata, non unitaria. Simile all'acqua scura che nel 1997 ha inghiottito il corpo di Buckley, e come potrebbe essere altrimenti? In fondo le musiche le ha scelte sua madre, che già aveva perso il marito - anche lui musicista, anche lui scomparso tragicamente - e che aveva giurato al mondo che avrebbe voluto fare ascoltare ancora la musica scritta, cantata, suonata da suo figlio.
Certo, di mezzo c'è anche Michael Tighe, il chitarrista di Jeff: è lui che, assieme alla signora Buckley, ha curato la scelta dei brani e la produzione dell'album. Però, come dire? "Mistery white boy" dà l'idea di essere un disco (quasi solo) di anima e cuore. Di quelli che piacciono, se piacciono, a chi amava Jeff. Di quelli che - alla fine - hanno un senso solo perché sono pezzi di memoria, di carne, di spirito. Come se - alla fine - le pressioni dei discografici e gli accordi monetari contassero poco: perché in fondo chi se ne frega, questa è la voce di Jeff, è lui che canta, rauco e quasi piangente. Come lo conoscevamo in "Grace", che qui è abbondantemente riproposto. Ma anche come non lo conoscevamo ancora, per non essere mai stati ai suoi concerti. Dei quali ora, grazie al disco, abbiamo un'idea: e questo, in un certo senso, è molto più che sufficiente.
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