«SUMMERTEETH - Wilco» la recensione di Rockol

"Summerteeth", i Wilco in chiaroscuro

Un box di 4 cd o 5 vinili per celebrare uno degli album più controversi di Jeff Tweedy e soci, pubblicato originariamente nel 1999, ma ancora bisognoso di rivelarsi

Recensione del 28 nov 2020 a cura di Marco Di Milia

Voto 7,5/10

La recensione

Trovarsi in un triangolo amoroso richiede uno sforzo fisico e mentale non proprio da tutti. Jeff Tweedy oltre vent’anni fa si è scoperto al centro di una relazione con gli affetti e l’ambizione. Insieme ai Wilco stava cominciando a prendere sul serio le distanze dal country degli inizi, ma al tempo stesso si trovava sempre più lontano dalla sua famiglia.

Scombinato emotivamente da questa situazione personale, come dalla voglia di liberarsi da una dipendenza dagli antidolorifici che lo stava logorando nel profondo, il musicista si muoveva tra spinte divergenti. Le stesse che “Summerteeth”, pubblicato nel 1999, riesce ancora oggi a trasmettere con evidente trasparenza. In mezzo alle suggestioni di Beach Boys, Kinks e Zombies, la strana allegria delle tracce è contrapposta a dei testi pieni di drammatica insofferenza.

Tra ansia e leggerezza

Un lato cupo e tormentato che arrivava direttamente dai crucci di un uomo sospeso fra estraniamento e solitudine. Le scintille tra Jeff Tweedy e Jay Bennett, sua contoparte creativa, finirono per consolidarsi in un album che mascherava gli incubi del cantante in canzoni solo in apparenza solari. Sotto i bagliori del pop e delle orchestrazioni si nascondeva così un animo inquieto che in ultimo appariva perfino alquanto sconclusionato. Se in “She’s a jar” esprimeva un deciso sentimento di distacco da coloro che amava, Jeff non offriva però alcuna presa di posizione, dichiarando in “I'm always in love” che alla fine ogni piccola cosa sarebbe comunque tornata al proprio posto. Un tentennamento costante tra ansia e leggerezza che portava l’intero lavoro a un equilibrio sempre tragicamente frammentato.

Eppure, da questo contrasto i Wilco hanno virato verso altre direzioni, creando un prima e un dopo di cui “Summerteeth” era il necessario spartiacque, da “Being There” a “A Ghost Is Born”, c’è stata quindi tanto l’esigenza di sfuggire alle etichette quanto di fare un bilancio del proprio vissuto alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare. Una riflessione esistenziale ricca di sfaccettature che rivive ancora oggi nella nuova edizione deluxe di “Summerteeth”, pubblicata in occasione dei suoi primi 21 anni. L’età in cui negli Stati Uniti si possono consumare alcolici.

Demo, inediti, versioni alternative e un sacco di sigarette

Il box set include, in versione 4 cd o 5 vinili, oltre alla rimasterizzazione della scaletta originale, una selezione di ventiquattro tracce, tra inediti, provini casalinghi e versioni alternative. Uno scrigno che permette di osservare il processo compositivo della band, partendo dalle semplici registrazioni per voce e chitarra che Jeff Tweedy fissava con una voce spesso consumata dalle troppe sigarette. Tra passaggi ancora da definire e appunti sparsi, dal ticchettio sinistro di “In a future age” o il bozzetto di “Two guitars”, fino una “Candyfloss” con una tessitura ancora tutta da impostare, c’è spazio per la tumultuosa gemma di “Viking Dan” e una più accorata “No hurry” che sembra presagire la progressione agrodolce di "I am trying to break your heart". Ancora, riff e idee da levigare, compare anil divertissement country-elettronico di “Yee haw”, in chiusura di “We’re just friend” ripresa durante un soundcheck a Minneapolis.

No rock!

Ad aggiungere infine, un ulteriore sguardo su quel periodo di transizione della storia dei Wilco, ventisei brani registrati dal vivo al Boulder Theater in Colorado, nel novembre del ’99, otto mesi dopo l’uscita dell’album. Un concerto del tutto rappresentativo di un gruppo che ai tempi voleva affermare il proprio cambio di direzione, senza possibilità di appello. Quando qualcuno dal pubblico grida: "Ragazzi, rock!", Tweedy risponde: "No, non lo facciamo!”.

Nel cofanetto in vinile, invece, la performance live inclusa è quella più ridotta di showcase di dieci brani registrati da Tower Records all’indomani dell’uscita del disco e ribattezzato “An Unmitigated Disaster”. Un’esibizione già trasmessa ai tempi via radio, ma mai pubblicata prima, che in qualche modo anticipa e condensa le stesse caratteristiche dello spettacolo in Colorado.

Un periodo orribile, ma fantastico

È innegabile come “Summerteeth” rappresenti ancora adesso un album complicato, carico di sfaccettature e ricco di dettagli che hanno bisogno di tempo per rivelarsi. A distanza di due decenni però, gran parte del suo fascino ambiguo di pop, folk, cantautorato e disperazione resta ancora imprigionato tra questi solchi, aggiungendo un’ulteriore sensazione di indecifrabilità a ciò che Tweedy nel suo bisogno di autoanalisi, stava cercando di comunicare.

A richiamare alla memoria quei giorni difficili ci ha pensato Ken Coomer, l’allora batterista della formazione. “Jeff era un rottame che piangeva mentre registrava quelle canzoni”, ha ricordato il musicista, “Si riempiva di antidolorifici e stava attraversando un periodo orribile. Il suo modo di scrivere canzoni è diventato più personale. È stato fantastico, ma santo cielo che prezzo da pagare”. Una testimonianza in qualche modo ripresa poi dallo stesso Jeff Tweedy nel suo libro di memorie “Let’s Go (So We Can Get Back)”: “Con il senno di poi, era un ambiente piuttosto malsano”.

TRACKLIST

01. Can’t Stand It (03:46)
02. She’s a Jar (04:43)
03. A Shot in the Arm (04:19)
07. Pieholden Suite (03:26)
09. Via Chicago (05:33)
10. ELT (03:46)
11. My Darling (03:38)
13. Summer Teeth (03:21)
14. In a Future Age (02:57)
15. [silence] (00:23)
16. Candy Floss (02:57)
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