«A STEADY DRIP, DRIP, DRIP - Sparks» la recensione di Rockol

Gli Sparks sono più che una band di culto: "A Steady Drip, Drip, Drip"

Il nuovo album del duo dei fratelli Ron e Russell Mael, a tre anni da "Hippopotamus"

Recensione del 18 mag 2020 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Nel 2008, gli Sparks hanno compiuto un'impresa titanica e senza precedenti, intitolata "Sparks live! Spectacular". Fra il 16 maggio e il 13 giugno, alla Carling Academy di Islington, hanno eseguito dal vivo, sera dopo sera e per intero, tutti i 21 album pubblicati fino ad allora.

Ancora oggi non riesco a perdonarmi di non aver avuto il coraggio di compiere un colpo di testa e trasferirmi a Londra per un mese per poter assistere a quella maratona (ma di colpi di testa ne avevo appena messo a segno un altro solo due anni prima, sposandomi, e non me l'ero sentita di affrontare un'altra impresa). Proprio recentemente ho letto un libro di Tosh Berman, un fan americano - il figlio di Wallace Berman, un artista statunitense che è fra i personaggi ritratti sulla copertina di "Sgt. Pepper's..." dei Beatles - che in "Sparks-Tastic: Twenty-One Nights with Sparks in London" rievoca la sua esperienza - e ho provato molta invidia.

Questo per dirvi, se già non l'avevate capito da qualche mio precedente articolo su Rockol, che per me gli Sparks sono forse qualcosa di più che una band di culto. Seguo e apprezzo l'opera dei fratelli Ron e Russell Mael dal lontano 1974 - anno di pubblicazione dell'epocale "Kimono my house" - e da allora, a parte qualche occasionale periodo di distrazione (poi recuperato), non mi sono perso nessuno dei loro dischi. Le mie scorse vacanze di Natale sono state rallegrate dall'ascolto di una ricca antologia in tre CD intitolata "Past tense - the Best of Sparks", che mi ha parzialmente consolato dall'essermi perso l'acquisto del box antologico di quattro CD "New Music for Amnesiacs", attualmente irrecuperabile su Amazon nella versione da collezione (qualcuno sa come potrei reperirlo?). Insomma, come dicevo, per me gli Sparks sono come due simpatici cugini alla lontana, che ogni tre o quattro anni vengono a trovarti, dall'America, e passano un po' di tempo con te raccontandoti le loro più recenti avventure.

Non "venivano a trovarmi" dal 2017, quando pubblicarono "Hippopotamus" - un disco che forse non avevo apprezzato abbastanza, rileggendo la mia recensione di allora. Me lo sono chiesto ascoltando (e riascoltando) questo "A steady drip, drip, drip", ma soprattutto rileggendo - nel blog "Allsparks" - le recensioni che hanno salutato l'uscita di quest'ultimo, ventiquattresimo album della band. Perché in queste recensioni - clamorosamente elogiative - ho trovato spesso citato "Hippopotamus" come uno dei migliori album della discografia dei Mael: quindi, o non me ne sono reso conto io, che pure gli avevo dato quattro stellette di stima, oppure i critici musicali internazionali sono più attenti (o più generosi) di me, oppure le loro aspettative sono meno alte delle mie.
Ma veniamo a "A steady drip, drip, drip" - che, nelle recensioni sopra citate, raccoglie un consenso generale e porta sempre a casa il massimo, o quasi dei voti.

Un album di 14 canzoni che si apre con una stranezza - "All that", un brano guidato dalla chitarra acustica, quasi una novità assoluta per gli Sparks - e che vira subito sul rock di "I'm toast", un po' una "I love rok'n'roll" di Joan Jett segnata dalla frase, pienamente nello spirito dei tempi, "Alexa get me out of this place" (riferita ovviamente all'assistente vocale di Amazon), per poi tornare agli Sparks più classici con "Lawnmower", una specie di canzone d'amore dedicata a un tagliaerbe - bizzarra nella consueta vena dei testi di Ron Mael (dei due, "quello con i baffetti"). 

Fra i momenti più interessanti dell'album segnalo poi "Pacific Standard Time", malinconica e contrappuntata dal classico falsetto di Russell; l'eccellente "Stravinsky's only hit", reminiscente di "This town ain't big enough for both of us"; l'autoironica "Self-effacing", uno dei singoli che hanno anticipato l'uscita dell'album; la saltellante "Onomato Pia"; "iPhone", che fa pensare ai Kraftwerk (frase-chiave del testo: “Put your fucking iPhone down and listen to me”, "metti giù quel cazzo di iPhone e ascoltami" - altro segno dei tempi, no?); la cartoonistica "The Existential Threat", ideale colonna sonora per un cartone animato dei Looney Tunes; e la bellissima, conclusiva "Please don't fuck up my world", con un suggestivo coro di voci infantili a sottolineare la solennità dell'andamento e l'importanza della tematica.

Le quattro stelle del voto potrebbero diventare cinque, ma solo dopo che avrò ascoltato il disco in versione fisica, magari nell'edizione deluxe CD che forse conterrà delle bonus track (l'uscita è annunciata per il 3 luglio), e soprattutto dopo che avrò potuto leggere tutti i testi - sono particolarmente curioso di quello di "Onomata Pia", che dal quel che ho capito dovrebbe avere come protagonista una cantante lirica italiana.

TRACKLIST

01. All That (04:44)
02. I'm Toast (03:31)
03. Lawnmower (03:38)
04. Sainthood Is Not In Your Future (04:12)
05. Pacific Standard Time (04:23)
06. Stravinsky's Only Hit (04:10)
07. Left Out In The Cold (04:18)
08. Self-Effacing (03:42)
09. One For The Ages (03:48)
10. Onomato Pia (02:51)
11. iPhone (04:01)
12. The Existential Threat (03:23)
13. Nothing Travels Faster Than The Speed Of Light (04:24)
14. Please Don't Fuck Up My World (03:14)
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