«THE KINGDOM - Bush» la recensione di Rockol

"The Kingdom", i Bush resistono al tempo con irruenza e un pizzico di nostalgia

Melodica, rabbiosa e carica di pathos, l'ultima fatica in studio della band guidata da Gavin Rossdale, punta decisamente verso un sound più caustico, senza rinunciare a un’estetica ormai ben definita

Recensione del 04 ago 2020 a cura di Marco Di Milia

Voto 7/10

La recensione

Resistenti alle stagioni e agli stili, i Bush continuano sicuri per la loro strada con decisa perseveranza. Arrivata alla sua ottava fatica in studio, tra prese di posizione, ripensamenti e pure un rinvio a tempi migliori, la creatura di Gavin Rossdale, mentore, compositore e unico elemento costante della compagnia, ha messo da parte l’aspetto più accomodante del gruppo per dare lo spazio necessario alle chitarre, senza perdere nulla di un’estetica ormai ben definita, benché spinosamente legata in modo quasi inseparabile all’immaginario grunge.

Così, l’ultimo “The Kingdom”, annunciato già lo scorso autunno col titolo di “The Mind Plays Tricks On You”, nella sua sgraziata grafica verde riaggancia quanto di meglio il quartetto inglese ha prodotto nel corso di venticinque anni di onorata carriera, ricomponendo con certosina precisione tutti quegli elementi che ne hanno fatto la fortuna. Ritornelli super catchy, riff taglienti ma sempre orecchiabili, una certa elettronica mai troppo prepotente e testi privi di particolari clamori chiariscono immediatamente quale sia l’identità del gruppo guidato dalla timbrica rabbiosa e tormentata di Rossdale. Rispetto al precedente “Black And White Rainbows” arrivato in un periodo di non facile transizione per il frontman, nel nuovo lavoro si preferisce dare forma a una carica nervosa più risoluta, dove a fare la voce grossa sono soprattutto le chitarre di Chris Traynor, sostenute dalla ritmica serrata del nuovo arrivato Nik Hughes, in sostituzione del batterista storico Robin Goodridge, dimissionario nel 2019.  “The Kingdom” si rivela così un album tirato bene a lucido, e pure, suo malgrado, piuttosto nostalgico.

Ancorati al loro retaggio anni Novanta, i ritrovati Bush - a quasi dieci anni dalla reunion del 2011 - mettono in sequenza energici inni da stadio come “Flowers on a grave”, come pure pezzi dall'efficace mordente, a cominciare dal basso poderoso che guida la titletrack oppure da una “Ghost in the machine” che nel titolo richiama in causa i Police, fino a una più enfatica “Undone”, nonostante, in mezzo a tanta muscolare concitazione, non apportino particolari variazioni a un programma già ben rodato.

La scelta di vitaminizzare e attualizzare il proprio sound a colpi di distorsore arriva dritta dalle esperienze fatte calcando i palchi dei principali festival hard & heavy internazionali. Mantenendo perciò intatti quegli elementi che negli anni hanno caratterizzato l’identità della band, "The Kingdom" procede piacevolmente monocorde tra momenti decisamente caustici e altri più distesi, fissando, nelle dodici tracce di cui si compone, un presente fatto di crescite personali, perdite e imprescindibili rivalse. Storie in qualche modo rappresentative della parabola artistica del gruppo stesso, troppe volte messo sotto i riflettori più per le vicende sentimentali del suo leader che non per la propria produzione musicale.

I Bush nel nuovo album hanno quindi rimarcato con forza la loro distintiva irruenza, a colpi di radiofonica quanto infiocchettatissima adrenalina, tra power chords e, soprattutto, l’innegabile carisma che Gavin Rossdale può ancora vantare. Così, sulla scia di “Bullet holes” - pubblicata nel 2019 per la colonna sonora del terzo capitolo della saga di “John Wick” e con più di una somiglianza con “Bullet the blue sky” degli U2 - brani tesi come “Blood river”, "Send in the clowns” e “Our time will come” aggiornano di fatto le lancette dell’orologio biologico della band, riuscendo nell’impresa di dare un’ulteriore spinta propulsiva a delle dinamiche oliate con sicuro mestiere. Posticipato a più riprese per l’emergenza sanitaria, questo “The Kingdom” probabilmente non sposterà di molto le fortune della formazione britannica, ma riesce in ogni caso a restituire bene l’immagine di un gruppo - e di un autore - che, nonostante tutto, si dimostra maledettamente capace di resistere alle prove del tempo, sorprendendosi di essere vivo e inquieto con invidiabile tenacia.

TRACKLIST

01. Flowers On A Grave (03:45)
02. The Kingdom (03:47)
03. Bullet Holes (03:47)
04. Ghosts In The Machine (04:14)
05. Blood River (04:19)
06. Quicksand (03:58)
07. Send In The Clowns (04:13)
08. Undone (05:02)
09. Our Time Will Come (03:49)
10. Crossroads (03:14)
11. Words Are Not Impediments (03:07)
12. Falling Away (03:52)
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