«PENISOLA - Bartolini» la recensione di Rockol

Da Roma a Manchester con Cremonini in cuffia: ecco l'album d'esordio di Bartolini

Atmosfere sbarazzine, melodie accattivanti, testi che raccontano la quotidianità dei ragazzi della sua generazione: sono i pochi ingredienti alla base delle canzoni di "Penisola". La recensione.

Recensione del 11 apr 2020 a cura di Mattia Marzi

Voto 6/10

La recensione

L'indie pop in salsa romana mette da parte i synth e le tastiere e imbraccia la chitarra.

Tra strizzatine d'occhio al britpop e al cantautorato italiano classico, nella Capitale c'è un nuova generazione di cantautori - tutti nati dopo il '95 - intenzionata a inaugurare una nuova stagione del genere (o forse l'ha fatto già), che vede le sei corde decisamente più centrali rispetto al passato. Tutte proposte diverse tra loro, è bene specificarlo, ma che stanno regalando alla scena romana del post-indie - ormai orfana dei vari Thegiornalisti, Calcutta, Coez, Carl Brave, Gazzelle, diventati di fatto le star del pop nazionale - nuova linfa vitale: tra queste spicca Bartolini, 25enne cresciuto tra la Roma de I Cani, dei Thegiornalisti e di Calcutta, e Manchester, sempre vivace quanto a proposte musicali, e che nelle sue canzoni prova a unire l'influenza dei gruppi della scena britannica assorbita nel Regno Unito con le melodie del cantautorato pop all'italiana. "Penisola", il suo primo album, arriva a un anno di distanza dall'Ep che ha segnato il suo esordio discografico, seguito da un tour che la scorsa estate ha portato il .cantautore pure ad aprire alcune date per Calcutta.

"Penisola" è un disco nato quasi tutto in casa, smanettando con Ableton, tra i software di produzione musicale più utilizzati dai giovani nerd del bedroom pop, la new wave dei nativi digitali, che vede le camerette trasformarsi - senza troppi mezzi, basta un buon microfono, la chitarra e una scheda audio - in piccoli studi di registrazione. Bartolini ha abbozzato le sue canzoni insieme ad Andrea Messina (musicista e produttore impegnato in vari progetti della scena elettronica indipendente), per poi finalizzarle in uno studio vero, lo Jedisound di proprietà di Leo Pari (punto di riferimento dell'universo indie romano - oltre ad avere una carriera tutta sua, nel 2017 produsse l'esordio di Gazzelle, "Superbattito"), insieme a Jesse Germanò (Ainé, Niccolò Carnesi) e a un gruppo ristrettissimo di musicisti, tutti presi dal suo giro di amici (alla batteria c'è Alberto Paone, già membro della band di Calcutta).

Atmosfere sbarazzine, melodie accattivanti, testi che raccontano la quotidianità dei ragazzi della sua generazione: sono i pochi ingredienti alla base delle canzoni di Bartolini.

Figlio, più che di Vasco e di Dalla (gli eroi della generazione precedente), di Cesare Cremonini e dei Lunapop, a Manchester Bartolini ha assorbito l'influenza dei gruppi della nuova scena indie britannica - su tutti gli Idles e gli Shame - che nei pezzi di "Penisola" mischia con il cantautorato pop all'italiana degli ultimi anni (ma nascosti qui e là ci sono anche riferimenti più "adulti" - la linea di basso di "Non dirmi mai" è un omaggio ad "Amarsi un po'" di Lucio Battisti, la metrica di "I love America" strizza l'occhio al Samuele Bersani di "Giudizi universali" e al Dalla di "Come è profondo il mare"). Il tutto condito con schitarrate nello stile dei Wild Nothing e dei Beach Fossils, star della new wave d'oltreoceano, centralissime negli arrangiamenti (a scapito delle "pianole e dei sinti", cit.).

Pazienza se i testi sono ancora immersi nel disagismo esistenziale alla "Cosa mi manchi a fare" o "Il posto più freddo", tra solitudini compensate dalla tv ("Iceberg"), attacchi di panico ("Millennials") e drammi da social ("Follow"): il linguaggio di Bartolini è il linguaggio della sua generazione, che nei giochi di parole e nelle immagini bizzarre delle canzoni dell'ItPop ha trovato massime e frasi da riciclare alla bisogna ("Lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due..."). È raccontando in maniera pura la sua quotidianità e le introspezioni dei vent'anni che il cantautore prova a sconfiggere quel disagismo, da "Sanguisuga" fino al finale con "I love America", un inno alla condivisione reale contro la solitudine digitale, per non trasformarsi in terre isolate.

TRACKLIST

01. Sanguisuga (03:47)
02. Iceberg (03:07)
03. Millennials (02:55)
04. Lunapark (03:30)
05. Follow (02:48)
06. Profilo falso (03:09)
07. Non dirmi mai (02:53)
08. Roma (03:41)
09. Penisola (02:56)
10. Astronave (02:42)
11. I Love America (03:22)
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