«REINVENTING THE STEEL - Pantera» la recensione di Rockol

Pantera - REINVENTING THE STEEL - la recensione

Recensione del 27 apr 2000

La recensione

La forza dell’heavy metal e la capacità di trasformare ogni riff ed ogni sillaba in una potente rasoiata, ha reso il rock dei Pantera una delle poche certezze a questa mondo. Una certezza che si materializza sia nella loro abilità di non sapersi svendere al mercato ed al trend, sia nella determinazione di non voler contaminare la propria musica con strani generi musicali (rap, funk, punk). Se ognuno degli album prodotti da Anselmo&C. è stata una prova convincente della forza del quartetto, “Reinventing the steel” non è certo da meno, riuscendo ancora ad incoronare i texani come il miglior gruppo metal americano (e forse del mondo) tuttora in circolazione. Escludendo a priori il titolo dell’opera, i Pantera qui non inventano assolutamente niente di nuovo (e ci mancherebbe!), ma scodellano delle canzoni di puro “true metal” una più pesante dell’altra, in un cocktail al vetriolo che esalta la brutale estensione vocale di Anselmo, la ritmica di Brown, il drumming di Paul e la precisione della chitarra Washburn di Darrel. La prima traccia “Hellbound” è schizofrenia pura, una canzone che nel suo alternare ritmi calmi e urla folli ricorda molto “Strenght beyond strengh” e “The grest southern trendkill”. La seconda “Goddamn electric” è il pezzo clou dell’album, con cadenze stile “Domination” e “Walk”, arricchito dal corrosivo finale di chitarra dell’ospite Kerry King (Slayer). “Yesterday don’t mean shit” è stata la prima canzone scritta dal gruppo per quest’album e anch’essa riporta alla memoria un vecchio hit: “New level”. “You’ve got to belong to it” sarà menzionata soprattutto per il riff di chitarra, mentre in “Revolution is my name” e “We’ll grind that axe for a long time” emergono tutta la cattiveria e l’intensa carica emotiva del metal sudista. “Death rattle” è l’esempio di come l’hardcore si sia intrufolato subdolamente nel sound dei Pantera, mentre “Uplift” è animata da un groove che farebbe invidia anche a Zakk Wylde. La penultima canzone, “It makes them disappear”, risente dell’influenza Black Sabbath e del doom-rock, mentre chiude in bellezza la mosheggiante “I’ll cast a shadow”. Un album da dieci e lode.
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