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"Bismillah", l'India di santoni e cabarettisti dei Peter Cat Recording Co.

Il primo album internazionale del quintetto indiano, all'insegna di un'imperturbabile pace interiore tra atmosfere d'altri tempi e incursioni psichedeliche.

Recensione del 25 gen 2020 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Divanetti di velluto, luci soffuse e la voce morbida del crooner di scena che accompagna le esecuzioni di una big band in grande spolvero. Una scena di ordinaria amministrazione al Glass Hat di New York, ma qui siamo a Nuova Delhi e i musicisti rispondono al nome incredibile di Peter Cat Recording Co. L’ensemble indiano, diviso tra la propria città, il sogno americano e l’aria anticonformista di Parigi, ha mosso i primi passi a cavallo tra incursioni psichedeliche e scombinata improvvisazione, con una serie di album pubblicati in modo più o meno carbonaro grazie alle infinite possibilità offerte dalla rete.

Il primo periodo del quintetto capitanato da Suryakant Sawhney è stato riassunto nell’antologia "Portrait Of A Time: 2010-2016", a chiusura di un ciclo di una carriera avviata da perfetti indipendenti, a tratti singolari cloni dei Tame Impala, per iniziarne un altro, altrettanto emancipato, sotto l’egida dell’etichetta francese Panache Records. Un nuovo inizio che il gruppo ha combinato con tutta la serenità possibile di bossa nova, smooth jazz, swing e pop, condito da groove e svolazzi anni Sessanta, in un album, fresco di stampa in vinile, dal titolo di “Bismillah”, esclamazione di evocazione - traducibile come “in nome di Dio” - resa celebre nella sezione operistica di “Bohemian Rhapsody”.

A metà tra un film di Bollywood e un’incursione nel mondo piacevolmente vanitoso di Dean Martin, le dieci tracce in scaletta sono caratterizzate da un’atmosfera che fonde suggestioni differenti, collegando due realtà geografiche divergenti come l’India dei filosofi asceti e gli Stati Uniti dei divi del Rat Pack. Sintetizzatori discreti, fiati scintillanti, chitarre e cori suadenti costruiscono un suono uptempo, euforico e insieme affascinante, come la lisergica festa di matrimonio che la copertina naïf del disco simbolicamente raffigura.

L’iniziale “Where the money flows” imposta subito il tono, tra cinguettii, sussurri, battiti di mani, tastiere raffinate e un cantato felpato che si scaglia contro le derive del capitalismo e la disastrosa politica di demonetizzazione intrapresa alla fine del 2016 dal governo indiano. Ancora, “Floated by” mantiene la stessa disinvoltura di stile in una romantica lettera d’amore su insuccessi e opportunità mancate, così come nello stralunato pop d’altri tempi di “Heera” dalle fascinazioni di una California da cartolina o nell’esuberante trip di “Vishnu <3”.  In mezzo alla tranquilla melodia di “Soulless friends” e gli accenni dolenti di “Remain in me”, c’è spazio per un insieme intricato di vibrazioni, più o meno positive, che richiamano alla mente tracce di Pink Floyd, Air, The Cinematic Orchestra, Bonobo, Beirut e molto altro ancora, fino a quando l’emblematica “Shit I'm Dreaming” non interrompe questa lunga disconnessione dal mondo esterno. Mille sfumature di “Bismillah” attraverso le quali si snoda un viaggio, quasi mistico, di fluido rilassamento dei sensi, con tutta la leggerezza, fantasia e libertà che il proprio richiamo di speranza prevede.

Un po’ santoni e un po’ fricchettoni quindi, come tanta iconografia indiana ci ha consegnato fin dai tempi dei Beatles a Bangor, i paradossali e imprevedibili PCRC propongono una personale formula di pace interiore, caratterizzata da un’imperturbabile volontà di opposizione alle umane difficoltà, buona per infondere un pizzico di necessaria, quotidiana armonia. Almeno in una di queste vite.

TRACKLIST

01. Where the Money Flows (05:13)
02. Floated By (04:16)
03. Soulless Friends (03:47)
04. Vishnu <3 (04:25)
05. Memory Box (08:03)
06. Freezing (02:54)
07. Heera (06:19)
08. I'm This (04:38)
09. Remain in Me (04:53)
10. Shit I'm Dreaming (06:22)
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