«THIS IS HOW MEN CRY - Marc Jordan» la recensione di Rockol

Marc Jordan - THIS IS HOW MEN CRY - la recensione

Recensione del 15 apr 2000

La recensione

Certe volte, ascoltando un cd, non si riesce a credere che sia fatto di triste, asettica plastica color niente. Prendiamo questo “This is how men cry”: a sentirlo, si direbbe che il supporto sia rivestito di velluto blu, venduto in un contenitore di moquette. Anche le casse dello stereo sembrano sciogliersi, quando emettono questa musica da occhi languidi e due dita di whisky. Come molti prima di lui, Jordan tenta di sposare le morbide atmosfere del club jazz all’immediatezza del pop. Non è un cantante di primissimo ordine, ma il disco è buono, grazie al sapiente dosaggio di tutti gli elementi adatti a una simile operazione di “recupero di atmosfere” - fin dalla copertina “tardo-Hemingway” con l’incontro di pugilato anni ’60. Bastano i primi quindici minuti del disco per entrare in un paio di “cafè” (uno nella title track, uno in “Charlie Parker loves me”), per poi trovarsi a contemplare le strade di Parigi con piglio esistenzialista dalle finestre di un hotel (“Slow bombing the world”). A fine album, dopo aver ascoltato anche “Almost blue” di Costello, ci ritroviamo in una “London in the rain”, in un giro del mondo dei luoghi comuni musicali cui manca solo un Mocambo paolocontesco per essere completo. Tuttavia, questo signore canadese sembra sospinto da un sincero amore per questo modo di raccontarsi che, dopo essere diventato “maniera”, a ben pensarci si è un po’ perso in mezzo al chiasso. A sorreggerlo, poi, ci sono alcuni degli ultimi sacerdoti di questo genere: dai nomi di Kieran Overs e Archie Alleyne, Don Byron, riservati ai jazzofili, a quello di Toots Thielemans, la cui armonica accompagna sempre volentieri qualcuno che si guarda intorno, prende atto e dice: “Non gioco più, me ne vado”.
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