«GUNG HO - Patti Smith» la recensione di Rockol

Patti Smith - GUNG HO - la recensione

Recensione del 11 apr 2000

La recensione

“La sua voce è come un gemito primordiale. Ancora oggi, a distanza di anni, ad ascoltarla mi sento leggermente a disagio”.
Sono parole di Jimmy Page, riferite a Robert Plant. Ma permetteteci di prenderle a prestito per definire una delle tante sensazioni che si provano nell’ascoltare Patti Smith nell’Anno Domini 2000, fin dal primo brano - intitolato, non a caso, “One voice”. Sono quattro minuti di tuffo in un rock epico, un volo negli anni che parte dal “giardino della coscienza” e si rivolge quasi con autorità al mondo, invitandolo ad alzare la voce. Un inno (un po’ come “People have the power”) dell’ultima tra le figlie degli anni ’70 che abbia una certa credibilità e un inestinguibile desiderio di sollevare le stanche, disperse masse. Le sensazioni sono tante, anche per chi scrive, che - forse è il caso di specificarlo - era un imberbe dodicenne ai tempi dell’apparizione della Poetessa a tutta una generazione di italiani, nel 1979.
Fa un certo effetto sentire impasti di chitarre in stile “new wave” del fido Lenny Kaye, una batteria che accompagna e non impone la propria dittatura, una tastiera che ricorda un vetusto Farfisa... Leggere il nome dell’amico di lungo corso Tom Verlaine tra i “credits”, ascoltare poesie sonore da 8 e 11 minuti (“Gung-ho” parla del Vietnam e di Ho Chi Minh, nientemeno). Vederla spettrale, fotografata con una bandiera americana a fare da sfondo, in stridente contrasto con la bandiera che nel video di “American pie” fa da sfondo a Madonna - che a sua volta fa da sfondo alle Tette di Madonna, vere protagoniste del filmato e forse della nostra epoca. Sentirla mentre maledice i pronipoti degli schiavi d’America che lottarono contro le catene, per come si buttano via facendo rapine e fumando crack (e ascoltando hip-hop, verrebbe da aggiungere).
Emergere da questo mare di sensazioni e riflessioni sulla musica con un modesto parere sul disco non è semplice. Anche perché l’impressione è che si tratti di un gran disco, e non succede spesso di scriverlo.
Certo, bisogna muoversi in tanti contesti: fare paragoni con “Horses” o “Radio Ethiopia”, tenere conto del panorama attuale, fare un confronto all’americana tipo “Soliti sospetti” con altre icone (Lou Reed, Dylan, ma volendo anche Santana e Guccini...) che ancor oggi, per qualche motivo, ce le cantano e ce le suonano. Ricordando che la Poetessa è così avara di dischi (anche se l’ultimo è “solo” del 1997) che evidentemente quando ne fa ha davvero qualcosa da dire.
Ma una volta appurato che la sostanza musicale, affidata a Gil Norton, risulta leggermente più morbida, più pop-rock, rispetto a quando a produrre la Poetessa erano John Cale o Todd Rundgren, possiamo serenamente affermare che si tratta davvero di un bel disco. Non una pietra miliare, quelle non se ne fanno più - forse non servono più, chi lo sa. Ma uno dei più bei dischi mai fatti da Patti Smith, il migliore dal suo ritorno sulle scene, e uno dei più bei dischi rock degli ultimi anni.

P.S.

Sì, c’è Michael Stipe in un pezzo a fare i coretti. La presenza più irrilevante del secolo - ma intanto, sia noi che i colleghi lo abbiamo scritto.

P.P.S.
Sì, era proprio un Farfisa.

“One voice”
“Lo and beholden”
“Boy cried wolf”
“Persuasion”
“Gone pie”
“China bird”
“Glitter in their eyes”
“Strange messengers”
“Grateful”
“Upright come”
“New party”
“Libbie's song”
“Gung ho”
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