Recensioni / 12 apr 2019

Gino Paoli - APPUNTI DI UN LUNGO VIAGGIO - la recensione

Amore, morte e ricordi nelle “Canzoni interrotte” di Gino Paoli

Il cantautore mette sottosopra la forma-canzone: si possono fare rivoluzioni anche a 84 anni. La recensione.

Voto Rockol: 4.0 / 5
Recensione di Claudio Todesco
APPUNTI DI UN LUNGO VIAGGIO
Warner (2 x CD)

È il disco più audace e anticonvenzionale che sentirete quest’anno da un big della musica italiana. A 84 anni, e niente più da perdere, Gino Paoli abbandona momentaneamente la forma-canzone. Nei quattro pezzi che aprono il doppio “Appunti di un lungo viaggio” il cantautore concepisce la musica come un flusso di frammenti di canzoni e movimenti strumentali di grande respiro scritti ed eseguiti dal pianista Danilo Rea con la Roma Jazz String Orchestra. È pop destrutturato, non ci sono strofe e nemmeno ritornelli, non c’è cura per le rime, né per le metriche. Sono canzoni interrotte che la fantasia di Danilo Rea e dell’arrangiatore Marcello Sirignano trasformano in un viaggio in un tempo sospeso.

Le quattro canzoni prendono il titolo dalle stagioni dell’anno e sono contenute nel primo CD di “Appunti di un lungo viaggio” intitolato “Canzoni interrotte”. È la prima raccolta di inediti di Paoli da “Storie” del 2009. In tutti questi anni, il cantante è andato in giro per l’Italia in duo con Rea o accompagnato da altri musicisti jazz. È stata la loro libertà nel maneggiare la musica e chissà cos’altro a suggerirgli l’idea di scrivere canzoni brevi, solo strofe o solo ritornelli, manciate di versi composti accompagnandosi non più a una tastiera elettronica, ma a un pianoforte “verticoda” Anelli. Paoli s’è impuntato, ha deciso che andavano bene così, che non aveva altro da dire e perciò non ha voluti abbellire, né completare questi bozzetti. Sono canzoni interrotte, ma sono canzoni vere, con belle melodie, idee, con una loro struggente classicità. Suonano maldestre solo quando Paoli, fregandosene della metrica, cerca di far stare troppe parole in un solo verso.

Ha avuto un bel daffare il produttore Aldo Mercurio ad assemblare questo materiale, a dargli la forma di un album. C’è riuscito anche grazie al talento musicale di Rea e di Sirignano che hanno cucito queste canzoni interrotte in quattro suite – “Estate” dura oltre 13 minuti, le altre tre viaggiano attorno ai 6. L’hanno fatto con fantasia e con un buon gusto d’altri tempi che in alcuni passaggi fa venire in mente certe digressioni strumentali di Paolo Conte. Le musiche fanno “respirare” il disco e integrano i versi asciutti di Paoli che trasmetterebbero altrimenti un senso di incompletezza.

Il risultato di questo lavoro d’assemblaggio sono 32 minuti di musica, un po’ medley e un po’ flusso di coscienza in cui Gino Paoli, con voce invecchiata da sigarette ed esperienze, riflette sul tempo, sui sentimenti, sui ricordi, sulla morte. Sono soliloqui poetici di un uomo che fa i conti con il passato, col proprio carattere, con le poche certezze che ha, con la mancanza d’illusioni, con l’amore. Oppure sono dialoghi con amici scomparsi come Don Gallo, cui è dedicata “Due cani in chiesa”, o col matto un tempo internato a Trieste di “Amico mio” o con la moglie a cui si rivolge il cantante nell’ultimo frammento: “Quando me ne andrò, dai il mio nome a un gatto e accarezzalo sempre con le tue mani pigre”.

Anche quando canta di morte, Paoli lo fa con tono leggero e per niente malinconico. Non è musica triste, è serena. L’idea di titolare le quattro canzoni come le stagioni deriva da una concezione ciclica della vita in cui la morte è solo l’inizio di qualcosa d’altro. Ci sono tante domande espresse con parole semplici, ma nessuna risposta. C’è la voglia di vivere intensamente la bellezza del mondo perché, come canta Paoli a un certo punto, bisogna morir malati e cioè non risparmiarsi alcuna esperienza, dissiparsi se necessario, bisogna morire di poesia e di bronchite, non ricchi e in salute.

Chi cerca qualcosa come “Sapore di sale” o un’altra “Un cielo in una stanza” è avvisato: non le troverà. Ci sono però gli originali reinterpretati nel secondo CD di “Appunti di un lungo viaggio”, altri 51 minuti di musica che mostrano la faccia più convenzionale e rassicurante di Paoli. Il disco s’intitola “I ricordi”, contiene l’inedito omonimo che pur non essendo una canzone interrotta ne ripropone il tema, una versione di “Ritornerai” dell’amico Bruno Lauzi e i rifacimenti di 12 classici del repertorio di Gino Paoli con l’accompagnamento della Roma Jazz String Orchestra e di un gran trio di jazzisti (e non solo), ovvero la pianista Rita Marcotulli, il contrabbassista Ares Tavolazzi e il batterista Alfredo Golino.

È un piacere ascoltare queste versioni e sicuramente saranno apprezzate dal grande pubblico, ma il dipinto esistenziale delle “Canzoni interrotte” è un’altra cosa. Sicuramente dividerà, verrà criticato, magari non sarà capito, ma che sollievo: anche in Italia abbiamo qualcuno che racconta la terza età fregandosene delle regole e lasciandosi alle spalle un album divisivo e originale.

TRACKLIST
CD 1 – CANZONI INTERROTTE
1. Estate (L’avventura / Estate Movimento 1 (Strumentale) / Non dire che mi ami / Estate Movimento 2 (Strumentale) / E m’innamoro ancora / Estate Movimento 3 (Strumentale) / Aspettami / Il mio amore sbagliato / Io ti amo di più)
2. Inverno (Quando avevo vent’anni / Inverno Movimento 1 (Strumentale) / Eravamo sempre insieme / Ho incontrato la tristezza / Inverno Movimento 2 (Strumentale) / Voglio morir malato)
3. Primavera (Noi del mare / Amico mio / La mia donna è la libertà / Primavera Movimento 1 (Strumentale) / Due cani in chiesa)
4. Autunno (Autunno Movimento 1 (Strumentale) / Un anno un’ora un minuto / Uno come me / Autunno Movimento 2 (Strumentale) / Quando me ne andrò)

CD 2 – I RICORDI
1. Che cosa c’è
2. Sassi
3. Il mare, il cielo, un uomo
4. Sapore di sale
5. Questione di sopravvivenza
6. La gatta
7. Ritornerai
8. Fingere di te
9. Senza fine
10. In un caffè
11. Una lunga storia d’amore
12. I ricordi
13. Il cielo in una stanza
14. Ti lascio una canzone