«GARAGARA YAGI - Le Capre a Sonagli» la recensione di Rockol

Il ghigno della sciagurata quotidianità, con il videogioco di "Garagara Yagi" Le Capre a Sonagli ci ridono di gusto

Le Capre a Sonagli, l'inferno elettrico e alcolico nel nuovo album "Garagara Yagi"

Recensione del 16 apr 2019 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Strane bestie Le Capre a Sonagli. Ancor più curiose se associate al mondo di luci al neon di un Giappone invasato di videogiochi e sale pachinko. L’immaginario del gruppo bergamasco nel nuovo “Garagara Yagi” si mescola con quello retrofuturibile del Sol Levante - il curioso titolo sembra essere semplicemente la traduzione fonetica del nome della band - senza perdere di vista il proprio esuberante decoro, come sempre sporco, folle e alticcio.

L’ultima fatica del quartetto di Osio Sopra - composto da Enrico Brugali, Giuseppe Falco Matteo Lodetti e Stefano Gipponi - non fa eccezione di stile, ma riesce grazie a un microcosmo che riunisce personaggi variegati come spacciatori, becchini, elettricisti, infermieri, demoni e nudisti ad allargarne gli orizzonti, arrivando fino al vorticoso impero nipponico, con un mix di stoner rock, effetti noise, elettronica e una buona dose di psichedelia. Sfrontato e beffardo, “Garagara Yagi” si apre a muso duro con i beat di “Dancehall”, per andare subito al nocciolo della questione, libero da inutili giri di parole - “Fanculo a trap e rap hip-hop / Vorrei un vocoder ma anche no, vorrei rappare ma mi incespico”. La sorte alcolica di “Elettricista”, invece, è quella grottesca che capita a chi mischia con troppa tranquillità scotch e volt in un brano malsano dove un basso corposo e la voce cantilenante riescono a trascinare le circostanze in un limbo ipnotico uscito da quei ghigni ironici sfoggiati da Damon Albarn nelle sue occasioni più stupefacenti.

Nell’universo bizzarro messo in scena da Le Capre a Sonagli quindi c’è tanto di cui preoccuparsi, ma in fin dei conti, a prevalere è soprattutto la voglia di sbeffeggiare la frenesia della quotidianità sotto i colpi di una disinvolta estetica della morte, definita dalla stessa band “necronaif”. Si delinea nel disco una mortifera galleria di nevrosi che si conclude inevitabilmente con l’entrata in scena di un bramoso Tristo Mietitore, mai tanto occupato come in queste otto tracce a falcidiare le umane sciagure. Così, se in “Paracanudisti” la fine entra in gioco di prepotenza nell’insensato tuffo di un naturista estremo, privo anche del suo paracadute, in “Nora” gli affanni hanno finalmente termine nello scenario domestico di una domenica mattina al suono della sveglia. Altrove è una continua sfida, sempre in perdita, con l’aldilà, come accade nelle strofe senza ritorno di “Spacciatore” e “Becchino”. In queste filastrocche nere i quattro si divertono a formare un hellzapoppin' compositivo oscuro e dissacrante che non ammette vie di fuga da una inesorabile dannazione.

Prodotto da Tommaso Colliva, già in cabina di regia con Muse, Nic Cester, Calibro 35, Afterhours e moltissimi altri, “Garagara Yagi” mette in mostra il tiro esoterico e bestiale di una band del tutto atipica, capace di amplificare gli influssi più disparati, tanto da Vinicio Capossela e i Kyuss, quanto dal Giappone iperattivo del karoshi, e lanciarsi ben oltre la semplice sferragliata ritmica a testa bassa per comporre un quadro spietato che non smette di alternarsi tra il cinismo più bieco e una buona dose di alienata ironia. Istintivi e imprevedibili, quanto i passi delle capre di montagna.

TRACKLIST

01. Dancehall (03:38)
02. Elettricista (04:24)
03. Cocktail (04:20)
04. Nora (04:28)
05. Spacciatore (03:38)
06. Becchino (03:39)
07. Codice bianco (03:58)
08. Paracanudista (03:08)
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