«FREE SPIRIT - Khalid» la recensione di Rockol

“Free spirit”, Khalid in alta definizione

Il ritorno dell’“American teen”: non più un adolescente sensibile, ma una star che parla di lasciarsi andare al ritmo con una canna in mano.

Recensione del 06 apr 2019 a cura di Redazione

La recensione

Due anni fa, Khalid era un diciannovenne che sussurrava storie d’adolescenti in uno stile da cantautore electro-soul sensibile. “Do voce ai ragazzi che non riescono a esprimere quel che provano”, diceva a Rockol. È una storia di successo: una valanga di nomination, grandi collaborazioni, numero uno nella classifica americana R&B col primo album “American teen”. Il nuovo “Free spirit” ne è la versione in technicolor e più estroversa. Se l’esordio legittimava l’esistenza degli “Young, dumb and broke” su basi da SoundCloud, il nuovo album ha la brillantezza di un film in alta definizione.

Il riferimento al cinema non è casuale. “Free spirit” s’accompagna a un cortometraggio di Khalid Robinson e del regista Emil Nava in cui s’espande uno dei temi portanti del disco: la ricerca di sé stessi nell’età cruciale del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, un passaggio che Khalid compie da star. Nel disco c’è un nuovo carico di ansie e un po’ come Adele, che passò da “19” a “21”, Khalid passa dalla “8teen” dell’esordio alla “Twenty one” contenuta nel nuovo album.

Curioso che tante canzoni siano costruite su frasi e groove di chitarra – ce n’è una post punk in “Hundred” che rimanda ad altri anni, ad altri mondi. Un tempo era normale usare la chitarra nel funk e nel soul, oggi è così raro da far suonare “Free spirit” lievemente diverso. Questo è un bene. Visti i gusti musicali del ragazzo, non stupisce trovare fra gli ospiti John Mayer e leggere il nome di Father John Misty quale autore della ballata pianistica “Heaven” (e si sente). Ci sono anche canzoni con un beat più dritto e tradizionale, che servono a muovere l’album. È tutto giusto, ben prodotto, seducente, con vari riferimenti al vecchio soul e alla musica anni ’90. 

Il ragazzone che faceva provare felicità e tristezza con la stessa canzone, che cantava con la modestia e l’insicurezza di chi racconta le sue prime storie, ora parla di lasciarsi andare al ritmo con una canna in mano, suona come un consumato cantante soul che passa da un falsetto celestiale a un tono colloquiale a fioriture fantasiose. Quel che le sue performance perdono in termini d’intimità guadagnano in varietà e forza espressiva. Il canto s’abbina a una produzione digitale perfettamente scolpita, a molte slow jam, a un’aria fighetta che mancava ad “American teen”, che era più grezzo e ruspante. E più originale.

TRACKLIST

01. Intro (03:33)
02. Bad Luck (03:51)
03. My Bad (02:43)
04. Better (03:49)
05. Talk (03:17)
06. Right Back (03:35)
07. Don't Pretend (02:45)
08. Paradise (02:53)
09. Hundred (04:37)
11. Free Spirit (03:02)
12. Twenty One (03:04)
13. Bluffin' (03:19)
14. Self (03:49)
15. Alive (02:57)
16. Heaven (03:33)
17. Saturday Nights (03:31)
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