«RUNAWAY - Passenger» la recensione di Rockol

"Runaway" è il nono album di Passenger

Il tempo impiegato per l'ascolto di un album di Passenger è tempo sempre ben impiegato

Recensione del 12 set 2018 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Molto si può dire di Michael David Rosenberg in arte Passenger, ma non che soffra di blocco creativo o che venga assalito dal timor panico di fronte alla pagina bianca. Pressoché ogni anno che Dio manda in terra recapita un nuovo album al giudizio del mercato, una pratica non molto usuale di questi tempi e in una recente intervista ha assicurato che nel 2019 uscirà sicuramente un suo nuovo album. “Runaway”, infatti, è il nono disco in studio in poco meno di un decennio. Da quando, pubblicato nel 2007 “Wicked man’s rest” in compagnia di Andrew Phillips, e mantenuto il marchio Passenger che contraddistingueva i due, ha intrapreso la carriera solista.

Ciò che sorprende in positivo ad ogni successiva pubblicazione del 34enne di Brighton è lo standard qualitativamente molto alto delle sue composizioni. “Runaway” non fa eccezione a questa regola e conferma la bontà della sua vena compositiva. Dieci canzoni che potrebbero sorprendere per la loro intensità non fossero proposte da Passenger che riesce, una volta di più, a soddisfare il palato di chi le ascolta. Michael è un grande cantastorie dei nostri tempi e le parole che sceglie per raccontare le sue storie non celano l’inganno o il doppio senso, hanno l’onestà come pietra angolare. Proprio come l’immagine scelta per la copertina - Passenger di corsa (in fuga, forse…anche se assicura che sta vivendo un periodo del tutto sereno e che ha voluto intitolare così il disco per scherzo) su di una striscia di asfalto con alle spalle l’iconico panorama della Monument Valley - che ben rappresenta le canzoni del disco e potrebbe insinuare il dubbio che l’album possa essere un suo omaggio al pianeta America, come accaduto a molti altri musicisti britannici prima di lui, non fosse che il ragazzo, per parte di padre, è uno yankee fatto e finito.

Sarà quindi per la suggestione data dalla vista della copertina, con tutto l’immaginario che si porta dietro, ma sin dalle prime note di “Hell or high water” si viene risucchiati in “Runaway” come il più classico dei viaggi ‘on the road’ nel cuore del nuovo continente, con occhi e, in questo caso, padiglioni auricolari ben spalancati per la meraviglia. Un album legato, per quanti amano le definizioni, a quel genere chiamato ‘americana’, banjo e mandolino compresi. Il valore aggiunto, oltre alle belle canzoni (senza quelle non si va da nessuna parte, sempre bene ricordarlo), viene dato dalla semplicità disarmante con il quale Passenger canta delle relazioni, dell’amore, di ciò che prova e sente e vede. Una semplicità e una chiarezza che riescono universali avvicinando con l’empatia – senza dimenticare la poesia - chi ascolta musica e parole. Anche per questo approccio l’album è decisamente di inclinazione più americana che europea.

E’ quasi certo che se vi avvicinate all’universo musicale di Passenger rimarrete immediatamente invischiati nella tela di queste piccole grandi canzoni. Non datevene pena, avrete appena scoperto un porto sicuro dove trovare riparo quando là fuori non tutto funziona come vorreste. E avrete appena trovato un nuovo amico.

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