Recensioni / 05 set 2018

Alice in Chains - RAINIER FOG - la recensione

“Rainier Fog” degli Alice In Chains è una ghost story

Gli Alice In Chains tornano dove tutto è iniziato, a Seattle, ed evocano i fantasmi del passato in un disco solido e possente.

Voto Rockol: 3.5 / 5
Recensione di Claudio Todesco
RAINIER FOG
AIC Entertainment, LLC under exclusive license to (CD)

“Rainier fog” è un disco di fantasmi. Del passato, benedizione e maledizione di questi Alice In Chains. Di Seattle, evocata nel titolo che descrive la nebbia che spesso nasconde la cima che si staglia all’orizzonte della città. Dello Studio X in cui l’album è stato in parte inciso, un ritorno fra quelle mura dopo il disco omonimo del ’95. E fantasmi di Layne Staley e Chris Cornell, che s’intravedono in “Never fade”, canzone di lutto e conforto, tributo a chi ha lasciato ricordi che non s’affievoliscono e che col tempo s’addolciscono. NME ha scritto retoricamente che quest’album è un trionfo anche solo per avere “ripristinato la vita nello spazio in cui regnava la morte”. A me sembra il disco di un gruppo che ha da tempo trovato un suo equilibrio confrontandosi col passato e i suoi fantasmi.

Terzo album con William DuVall, “Rainier fog” non cambierà l’idea che vi siete fatti del gruppo (un tempo) di Seattle, qualunque essa sia. È un disco solido e dal suono potente, attraversato in alcuni testi da una serenità che non emerge dalla musica. Piace per i soliti, vecchi motivi: i riff possenti, le voci raddoppiate che evocano l’epoca bella di Layne Staley, l’aggressività stemperata dalla melodia, i timbri scuri, metallici e a volte acidi, il wah-wah, l’impatto “materico”, le accordature che disorientano, gli assoli vecchia scuola. C’è un grande sound, forse mancano grandi canzoni. Vale anche per i pezzi elettro-acustici modellati su quelli del passato, ma più leggeri. Gli Alice In Chains di “Rainier fog” sono puliti ed efficienti. Dell’assurda, cupa, dolorosa musica d’un tempo resta il disegno, non la profondità.

S’inizia con “The one you know”, che Cantrell dice d’aver scritto ispirato dal David Bowie di “Fame” (non si sente granché, a dire il vero) e si prosegue con “Rainier fog”, omaggio alla scena di Seattle (“Some things last, sometimes you never get over / Live in the past, you find out it’s hard to stay sober”). “Fly” rasserena l’atmosfera dopo la cupezza dell’un-due-tre iniziale, un po’ come “Maybe” nella seconda parte. Dagli staccati di “Drone”, con quella frase sul “nutrire il mio buco nero” come si dà da mangiare a un animale domestico, fino al blues da nausea di “So far under” scritto da DuVall, gli Alice In Chains rimarcano il loro territorio, ma raramente fanno mancare la terra sotto i piedi. Stordiscono, non stupiscono. E ogni cosa è riassunta, in fondo, nei sette minuti di “All I am”, l’epica del combattente che si pone domande sulla propria identità mentre si contempla le ferite.

Senza Layne non è la stessa cosa, si va dicendo da quando Jerry Cantrell, Mike Inez e Sean Kinney hanno ripreso a suonare assieme. È vero. Mancano il suo modo di cantare, il colore della voce, l’intensità quasi dolorosa delle interpretazioni. Mancano il dramma, la magia, la bellezza. Manca la tensione. Ma anche con Staley vivo, temo, gli Alice In Chains non sarebbero oggi quelli di ieri. Continuando a suonare assieme, accettando l’idea di fare questa musica superati i 50 anni d’età, senza idee rivoluzionarie e con gli automatismi che portano inevitabilmente a evocare cose già suonate, gli Alice In Chains non stanno disonorando il passato. Stanno dando un suono al loro e al nostro desiderio di restare attaccati alla vita.

TRACKLIST

01. The One You Know - (04:49)
02. Rainier Fog - (05:01)
03. Red Giant - (05:25)
04. Fly - (05:18)
05. Drone - (06:30)
06. Deaf Ears Blind Eyes - (04:44)
07. Maybe - (05:36)
08. So Far Under - (04:33)
09. Never Fade - (04:40)
10. All I Am - (07:15)