«TOMORROW TODAY - Al Jarreau» la recensione di Rockol

Al Jarreau - TOMORROW TODAY - la recensione

Recensione del 10 mar 2000

La recensione

In azione da quasi quaranta anni, Al Jarreau si può davvero considerare uno dei più importanti e influenti “intrattenitori” dello showbiz internazionale. Il suo stile vocale unico e personale uniti a scelte sempre azzeccate in fatto di produzioni, autori e musicisti hanno dato risultati musicali di rilievo nell’arco di ben tre decadi. Negli ultimi anni Jarreau ha inciso pochi album ma sempre di buon livello, preferendo puntare sulla qualità anziché sulla quantità, pur senza spostarsi di molto dal suo campo ideale, quello del pop venato di soul e jazz. “Tomorrow today” è un disco importante per il cantante di Milwaukee, che ricordiamo ha vinto durante la sua carriera ben cinque Grammy Award, importante perché segna il suo abbandono della Warner Bros (con la quale ha inciso tutti i suoi dischi dalla metà degli anni Settanta) per entrare nella scuderia GRP, la label fondata da Dave Grusin e Larry Rosen oggi guidata da Tommy LiPuma e parte del gruppo Verve. In effetti vista la presenza di LiPuma alla guida della più importante famiglia jazz della discografia mondiale pare naturale anche la presenza di Jarreau nella famiglia, anche perché l’accoppiata Jarreau/LiPuma ha una lunga tradizione. I due infatti hanno realizzato insieme alcuni dei dischi sicuramente più belli di Al, oggi dei veri e propri classici del genere. Tornando al presente, c’è da dire che il nuovo disco di Jarreau non si discosta per nulla dalla sua produzione abituale e questo, almeno per una buona parte del suo pubblico, è garanzia di musica estremamente gradevole e senza sorprese imbarazzanti. In fondo, tanto per fantasticare, ve lo immaginate un nostalgico fan cinquantenne che ascolta Jarreau in un disco drum’n’bass o hip hop? Jarreau come George Benson, Michael Franks, Randy Crawford (tanto per fare qualche nome) sono artisti troppo legati alla loro immagine e al loro stile per cambiare in modo radicale e rinnovarsi. Così Jarreau preferisce non rischiare e ci regala un album molto tipicamente “Jarreau”, con tutti gli ingredienti più classici della sua produzione. Il che, se dal suo punto di vista è comprensibile dal nostro è invece opinabile, dal momento che – sinceramente – ci saremmo aspettati un po’ di coraggio in più. Il disco – che arriva a ben sei anni dal precedente – si sviluppa con arrangiamenti molto di maniera e per la prima parte sembra ancorarsi troppo sul pop-soul sintetico del producer Paul Brown che, diciamolo, non riesce a stare al passo dei produttori che nel passato hanno lavorato con Al (oltre al citato Tommy LiPuma, ricordiamo Jay Graydon, Arif Mardin, Nile Rodgers e Marcus Miller). La priva vera sorpresa arriva alla traccia sette dove Jarreau si cimenta con un bell’adattamento vocale di “A remark you made”, il classico degli Weather Report qui reintitolato “Something that you said” e che ci riporta alle cose migliori di Jarreau. Non male nemmeno “Flame” e il duetto con la sensuale Vanessa Williams “God’s gift to the world”, raffinate negli arrangiamenti e patinate al punto giusto per piacere agli appassionati del genere. Per il resto, il lavoro non riesce ad appassionare più di tanto rimanendo troppo legato a certi canoni imposti dal formato “adult contemporary” delle radio FM americane.
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