«LAID BLACK - Marcus Miller» la recensione di Rockol

L'irresistibile basso di Marcus Miller

Da casa Blue Note, il nuovo album di Marcus Miller "Laid Black"

Recensione del 14 giu 2018 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Viene davvero da stropicciarsi gli occhi se si volge lo sguardo alla discografia di Marcus Miller: una carriera solista lunga 35 anni, collaborazioni durature con David Sanborn e Miles Davis, un album con Michael Petrucciani e collaborazioni con personaggi dello spessore di Eric Clapton, Aretha Franklin, Jay-Z, Elton John, George Benson, Herbie Hancock e Wayne Shorter. Ed è solo una piccola percentuale di una lista che sarebbe davvero troppo lunga da riportare per intero. Il 59enne musicista di New York ha messo il suo basso e la sua sapienza musicale (a volte sottoforma di produzione) al servizio di alcuni grandi e questi grandi si sono giovati dell’arte di Marcus.

Il basso è il suo strumento e in “Laid Black” al centro del villaggio, naturalmente, c’è proprio il basso. Non sono poi molti gli album che ruotano attorno a questo strumento. Solitamente a dettare legge sono chiamati voce e chitarra. Oppure il pianoforte, le programmazioni, in alcuni casi i fiati, ma la sezione ritmica – basso e batteria –, fondamentale per dare solidità all’impalcatura, è difficile che si possa ritagliare spazio sufficiente per farla da protagonista. Solo pochi fenomeni ci riescono, e Marcus Miller lo è.

Nella musica pop è abbastanza raro trovare esempi di questo genere, molto più semplice nel jazz dove il virtuosismo dello strumento ha un peso maggiore e la struttura dei brani risponde ad altre regole. Marcus Miller è sì un jazzista che predilige il sottogenere fusion o quello funk. Ma non è un purista del jazz tout-court perché ha l’ambizione di voler travalicare i fittizi muri che separano i generi e di poter suonare ogni spartito, ben assecondato da una band che ha la sua stessa visione e malleabilità.

“Laid Black” é una lunga suite per lo più strumentale composta da nove brani dalla lunghezza minima, come si conviene, di almeno cinque minuti. Il basso di Marcus ora flirta con la tromba di Trombone Shorty come accade in “7-T’s”; ora cede umilmente il proscenio alla chitarra di Jonathan Butler nella onirica “Sublimity Bunny’s dream” o si mette, puntuale, al servizio della vocalità di Selah Sue sulle note della cover dell’evergreen “Que sera sera”. “Keep ‘em runnin” è la rivisitazione con l’inserimento di nuove sonorità hip hop della “Runnin” datata 1977 dei profeti del funk Earth, Wind & Fire, un brano che a distanza di oltre 40 anni mantiene intatta la propria efficacia. “Untamed” può essere presa a manifesto del disco: intro hip hop, esibizione di basso magistrale in puro stile Miller che insegue e sollecita tromba e pianoforte. Chiude degnamente l’intensa “Preacher’s kid” già presente nel precedente album pubblicato nel 2015 “Afrodeezia” dedicato agli antenati africani trasportati come schiavi nelle Americhe.

“Laid Black” non è un disco visionario, seminale, difficile, noioso o urticante. Nulla di tutto questo, è un disco godibile di buona fattura. Marcus Miller riesce con la grande classe di cui dispone a far convivere felicemente le mille sfumature di cui sono composti generi musicali all’apparenza dissimili rischiando sì di fare impazzire la maionese ma riuscendo in realtà a rendere più pop e fruibile a un pubblico più largo una musica che altrimenti rischierebbe di essere etichettata come alta, come colta e confinata nel recinto degli ‘iniziati’.

Marcus Miller ha sempre sublimato il proprio talento dal vivo. I brani di “Laid Black” non fanno eccezione a questa regola. Per noi italiani, sarà possibile goderne nei concerti programmati per il mese di luglio: il 21 a Pompei, il 24 a Udine, il 25 a Gardone Riviera e, infine, il 26 a Lucca.

TRACKLIST

01. Trip Trap (06:59)
02. Que Sera Sera (06:04)
03. 7-T's (05:55)
04. Sublimity ‘Bunny’s Dream’ (06:43)
05. Untamed (04:47)
06. No Limit (05:36)
07. Someone To Love (04:41)
08. Keep 'Em Runnin (05:19)
09. Preacher's Kid (07:43)
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