«DUKE ELEGANT - Dr. John» la recensione di Rockol

Dr. John - DUKE ELEGANT - la recensione

Recensione del 07 mar 2000

La recensione

«Ho incontrato il Duca soltanto una volta, in aereo, mentre eravamo diretti a New Orleans. Non c’era alcun dubbio sul perché lo chiamassimo “Duke elegant”, nessun tipo di perplessità sulla sua ‘vibra’. Era un mistico, capace di decantare incantesimi, e affascinante al massimo. In seguito sono rimasto molto impressionato nel vedere i componenti della sua band scendere dal bus vestiti come dei banchieri. (...) Era un individualista, dal momento in cui scriveva le partiture specificamente per i vari componenti della sua band, non per una band qualsiasi. Così ha cambiato il corso del jazz. Ha portato ciascuno ad avere ancora più voglia di fare la propria cosa. Oggi lo chiamano un genio del marketing, ma il Duca era uno che veniva dal profondo del cuore. C’è così tanta della sua musica che è migliore di molti capolavori dei più grandi.
Ho cercato di scegliere le sue canzoni che nessuno fa, e visto che ne ha scritte talmente tante non sarebbe stato un lavoro difficile. Ma tutto ciò a cui sono arrivato è stato sceglierne tre di quelle ascoltate raramente. Per il resto, be’, come si può realizzare un tributo al Duca senza fare “Satin doll”, “Mood indigo”, “Don’t get around much any more”?
Queste canzoni non sembrano scritte da un tizio di cento anni, ma in realtà è proprio così. Se volete saperlo, il biglietto per l’immortalità è scrivere una manciata di canzoni che la gente abbia voglia di continuare a cantare e a suonare
».
Dr John e Duke Ellington, ovvero “The Doc meets the Duke”: una coppia neanche troppo strana, unita dalla musica di quella New Orleans che al sound di entrambi ha regalato ispirazione e costrutto. Le canzoni di Ellington vivono su “Duke elegant” di diversi arrangiamenti, più funkadelici, legati alle dinamiche del piano e della chitarra elettrica e alla voglia di eseguirli per un’immaginaria platea da club, con lo spirito svagato e implacabile del crooner, che le giustizia tutte, una via l’altra. Non c’è tensione struggente, però, che non è quello il trattamento che i brani meritano, casomai un’atmosfera intensa e entusiasta, rispettosa delle canzoni e attenta ad evidenziarne il loro essere ‘fuori dal tempo’. Dr John dà il suo meglio nei brani in cui si può permettere di gigioneggiare con il materiale, come “I’m gonna go fishin’”, “It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing)” o ancora “Satin doll”, resa in una versione realmente superlativa. Ascoltate poi che capolavoro diventa “Moon indigo”, in una versione blueseggiante che Niente da dire neanche sul resto dell’album, forse uno dei migliori dell’intera discografia di Doc, che con questo album si rilancia come soltanto gli artisti senza età sanno fare. Ottimo.
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