«ISLANDS - Ash» la recensione di Rockol

Il nuovo album della band nordirlandese, con un occhio al passato e uno a Rivers Cuomo

Le isole senza tempo degli Ash. La recensione di "Islands".

Recensione del 18 mag 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Nessuna band è un’isola: da quando negli anni Novanta la pubblicazione di “1977” ha portato alla ribalta il nome degli Ash, il gruppo ha mantenuto intatto il suo smalto con una certa invidiabile costanza, contaminando i propri equilibri ma rimanendo in fondo sempre riconoscibile.

Una proverbiale tenacia presente anche nel nuovo “Islands”, ottavo album in studio di un percorso che il trio nordirlandese ha seguito in modo non proprio lineare, scegliendo, in tempi quasi pioneristici rispetto al mercato tradizionale, pure l’abbandono del formato fisco in favore del progetto liquido “A-Z series” e che ora preferisce rivolgersi direttamente al suo passato.

L’ultima fatica dei ragazzi di Downpatrick, in Irlanda del Nord, si avvicina molto ai vecchi fasti dell’ondata british a cavallo del millennio, con un deciso sbilanciamento verso i suoi connotati più melodici. Le dodici tracce che compongono “Islands” sono infatti un concentrato di power pop, che, pur conservando parte di quell’attitudine adrenalinica di una volta, risente soprattutto dell’esperienza fatta dalla band in tour con i Weezer. Gli Ash lo scorso hanno condiviso i palchi con la formazione di Rivers Cuomo ed evidentemente parte della carica scanzonata degli americani deve aver fatto presa su Tim Wheleer e soci, come dimostrato dagli accordi scintillanti di “All that I have left” e “Confession in the pool”.

Ritornelli a presa rapida, cori e ballate cantilenanti e, ancora, bubblegum punk sono il manifesto del disco, ordinato come sempre in un equilibrio tra la timbrica morbida del cantante e la vivacità delle strutture musicali. L’apparente leggerezza di “True story” espone le ponderate meditazioni degli Ash sull'amicizia, il tradimento, l'amore e la perdita, quasi a indicarne una nuova via adulta che viene però a scontrarsi presto con lo slancio spontaneo di una “Buzzkill" satura di distorsioni e la presenza di Damien O’Neill e Mickey Bradley degli Undertones - leggenda irlandese del punk con “Teenage Kicks” del 1978. Il legame con il passato non impedisce comunque al terzetto di ampliare il proprio spettro sonoro con l’oscura “Did your love burn out?” e l’avvolgente “It’s a trap”, capaci di smuovere le acque di “Islands” da una scaletta fin troppo omogena. Infine, Wheeler, Hamilton e McMurray completano il quadro con il lento accumulo della conclusiva ballata "Incoming waves", in cui confessano le proprie speranze: "Tutto quello che ho è il tempo di pensare al momento in cui ho sbagliato / La possibilità di mettere le cose a posto / La possibilità di dimostrare che potrei essere forte".

Preceduto dal singolo “Annabel”, una cavalcata che già dalle prime battute indica un ritorno ai vecchi tempi del britpop, “Islands” offre un ritratto aggiornato degli Ash, fedeli a se stessi e mai troppo grandi per il loro rock leggero a presa rapida. Quello che resta alla fine è una sequenza compatta e piacevole di brani la cui forza è proprio quella di suonare come dei classici del gruppo. Passando dal surf di “Silver suit” ai ricordi nineties di “It’s true”, ciò che è rimasto fuori è proprio uno slancio che in qualche misura, dopo tutta l’acqua passata sotto i punti, era pur lecito aspettarsi. La certezza, in fondo, è tutta in un sound alimentato non solo di mera nostalgia ma anche di quelle vibrazioni positive che gli Ash propongono con costante naturalezza da ormai un quarto di secolo.

TRACKLIST

01. True Story (03:19)
02. Annabel (03:12)
03. Buzzkill (02:30)
04. Confessions in the Pool (04:23)
05. All That I Have Left (03:32)
06. Don't Need Your Love (03:55)
07. Somersault (03:05)
08. Did Your Love Burn Out? (04:32)
09. Silver Suit (04:13)
10. It's a Trap (04:27)
11. Is It True? (04:02)
12. Incoming Waves (04:37)
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