«FIREPOWER - Judas Priest» la recensione di Rockol

Rob Halford e i suoi tornano col disco n. 18

Una carriera quasi cinquantennale e un nuovo disco per questi padrini del British heavy metal

Recensione del 19 mar 2018 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Senza poverinismo e commiserazione di circostanza, è piuttosto evidente che non deludere le aspettative del pubblico metallico quando hai un nome come Judas Priest è una mission (come dicono quelli lavorano in inglese per darsi un tono) piuttosto complessa.

Se, poi, dopo 49 (!!!) anni hai un catalogo di 18 dischi in studio (lasciamo perdere i live), diversi dei quali sono considerati alla stregua di testi sacri – o qualcosa di simile alla Stele di Rosetta del metal – allora l’affare diventa davvero tosto. Per cui, dopo diverse voci, negli scorsi anni, che parlavano di un addio alle scene della band, ci troviamo in mano questo “Firepower”, diciottesimo disco di Rob Halford e la sua gang di Birmingham (come i Black Sabbath e praticamente coevi). L’impressione, diciamolo subito, è piuttosto positiva nonostante alcuni malus oggettivi difficili da trascurare.

In primis l’adesione a un genere che definire codificato e rigido è quasi un understatement: il metal dei Judas Priest, pionieristico per tutto l’arco dei Settanta e poi esploso con la consacrazione degli Ottanta, è ormai una sorta di prodotto-icona. Ci si aspetta che sia sempre uguale e rispetti una formula ben precisa (come fosse la Nutella o la Coca-Cola). Formula che sul lungo periodo può stancare, proprio in virtù della sua monolitica “coerenza”.
Poi c’è la questione Halford: a 67 anni, come è normale che sia, la sua voce pazzesca – una sirena metallica capace di raggiungere tonalità ai più proibite – ormai non è più quella di una volta. Il tempo non perdona e certe acrobazie spericolate semplicemente non possono più essere azzardate.
Infine un’altra faccenda pesante: Glen Tipton, chitarra e colonna portante della band fin dal 1974, a causa di una diagnosi di Alzheimer, si vede costretto a lasciare il campo, pur avendo partecipato alle session in studio per il disco.

Insomma, così dipinto sembra un quadro che ritrae una vecchia motocicletta che ormai ha più ammaccature che cavalli nel motore, pronta ad accogliere con un sospiro di sollievo il proprio destino presso il rottamaio più vicino. Eppure, in questo album (che potrebbe facilmente essere l’atto conclusivo della carriera del gruppo) i Priest riescono ancora ad assestare un colpo di coda non male. Certo, non è una bomba atomica, né un gancio da KO, ma un onesto album di metal come i Priest sanno fare, aggiornato al 2018 e adattato alle necessità che il passar del tempo impone.

La voce di Halford non è più il rasoio mortale di una volta, ma lui sa ancora  come dare il meglio anche senza spingersi in territori che ormai non è più in grado di battere. Meno sirene e napalm, più epicità baritonale, se vogliamo, è la ricetta. E poi ci sono i riff, che nonostante tutto sono sempre taglienti e ben si sposano con le molte scelte melodiche di cui è punteggiato il disco. I riferimenti sono vicini a “Painkiller” e ad alcuni lavori solisti di Halford, a ben vedere. Ma a tratti – giusto per rendere l’idea – sembra di ascoltare alcune cose dei migliori Exciter. Un paragone che ad alcuni sembrerà sacrilego (i canadesi, oltre che più di nicchia, hanno meno anni di carriera alle spalle – nascono nel 1980), ma che risulta calzante se amate un certo power metal sanguigno, diretto, a volte ai confini con lo speed.

Se questo fosse l’addio dei Priest (e chissà…), insomma, non ci sarebbe da lamentarsi.

TRACKLIST

01. Firepower (03:27)
02. Lightning Strike (03:29)
03. Evil Never Dies (04:23)
04. Never The Heroes (04:23)
05. Necromancer (03:33)
07. Guardians (01:06)
08. Rising From Ruins (05:23)
09. Flame Thrower (04:34)
10. Spectre (04:25)
11. Traitors Gate (05:43)
12. No Surrender (02:53)
13. Lone Wolf (05:09)
14. Sea of Red (05:51)
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