«WALK BETWEEN WORLDS - Simple Minds» la recensione di Rockol

I Simple Minds sono vivi e vegeti, "Walk between worlds" ne è la prova

A 40 anni dai loro esordi la band scozzese è viva più che mai e pubblica "Walk between worlds".

Recensione del 02 feb 2018 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Era il novembre del 1977 quando i Simple Minds si ritrovarono a provare insieme per la prima volta, il loro primo concerto si tenne qualche mese più tardi, nel 1978. Quindi sono ormai 40 anni che la band scozzese è in attività. Una carriera lunga che venne salutata da un quasi immediato successo nei primi anni ottanta. Già, gli ottanta. Un decennio pieno di molto e tra quel molto anche la band di Jim Kerr. Poi, come a mantenere fede a chi sosteneva che non si esce vivi dagli anni ottanta, una lenta discesa dovuta a molti come a nessun motivo. Un nuovo mondo che avanza con un gusto differente, una direzione artistica confusa, uno scadere della qualità compositiva, l’alea che sovrintende alla vita. Un po’ di questo e un po’ di quello e ci si può ritrovare in un limbo difficile da lasciare alle spalle. Nulla a questo mondo è dovuto, men che meno un finale consolatorio. Però, nonostante i cambi di formazione e nonostante lo scorrere degli anni il marchio è sempre attivo, la cellula è dormiente ma il cuore batte.

Siccome l’unica cosa che, immutabilmente, non cambia è il cambiamento anche ciò che dieci oppure venti anni prima sembrava dovesse essere archiviato definitivamente può tornare di un qualche gradimento. E questo è quanto accade ai Simple Minds. L’ultimo lustro ha il piacevole sapore della riscossa. “Big music”, uscito nel 2014, sa molto di ritorno alle origini ed è un lavoro molto più che dignitoso e riesce a incontrare i favori della critica, mai troppo tenera con loro da tempo. A seguire, nel 2016, “Acoustic” che inietta nuova consapevolezza ed entusiasmo nella formazione di Kerr: i ragazzi si rendono conto, mettendo alla prova il loro repertorio in acustico, che è sì vero che l’epicità è il loro topos musicale, ma è altrettanto vero che la bontà di una canzone la si giudica misurando la capacità che ha di reggere quando è nuda e spoglia di ogni sovrappiù.

“Walk between worlds” è la conferma del ritorno dei Simple Minds sugli schermi dei radar che monitorano la scena musicale contemporanea. L’album possiede le peculiarità che distinguono e rendono immediatamente riconoscibile i lavori della band scozzese e si lega con continuità al precedente “Big music”: guardare indietro per andare avanti. Concetto che viene esplicitato chiaramente in “Sense of discovery” con il ritornello della celeberrima “Alive and kicking” inserito pari pari come voluto e consapevole riferimento al passato e, per estensione, alla filosofia di Kerr e soci. Sono otto le canzoni incluse in “Walk between worlds” (diventano undici nella ‘deluxe edition’) e ognuna ha una durata minima di quattro minuti. Il più lungo e significativo di questi brani (oltre sei minuti), “Barrowland star”, è un riuscito omaggio dedicato alla storica sala da concerti di Glasgow che li ha visti crescere come uomini ancora prima che come musicisti, come dice Jim Kerr: “È l’equivalente di una chiesa, per noi. E’ la sala da ballo dove andavano a ballare i nostri genitori, anzi i nostri nonni”.

Tra i bonus della ‘deluxe edition’, a chiudere l’album, la cover, registrata dal vivo, di “Dirty old town” composta dal cantautore folk inglese Ewan McColl nel 1949. “Dirty old town” ha una certa importanza nella storia recente dei Simple Minds, è infatti la canzone che la band ha inserito nella scaletta del tour dello scorso anno in solidarietà con la città di Manchester colpita da un attentato, il 22 maggio 2017, nel quale persero la vita 23 persone al termine del concerto di Ariana Grande.

L’album difficilmente avvicinerà nuovi adepti alla loro causa, ma certamente la sua buona qualità darà piena soddisfazione e un’iniezione di orgoglio ai vecchi fan che sono molti e nuovamente molto ben disposti nei loro confronti. L’obiettivo della band era semplicemente quello di fare un buon lavoro e scrivere delle buone canzoni. Buone abbastanza da essere suonate in concerto con rinnovato entusiasmo. L’obiettivo è stato raggiunto, i Simple Minds sono ancora vivi e sulla strada. E possono festeggiare al meglio i loro primi 40 anni.

TRACKLIST

01. Magic (04:35)
02. Summer (04:57)
03. Utopia (04:14)
05. In Dreams (04:15)
06. Barrowland Star (06:25)
08. Sense of Discovery (06:23)
09. Silent Kiss (04:57)
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