«MATERIAL CONTROL - Glassjaw» la recensione di Rockol

Glassjaw - MATERIAL CONTROL - la recensione

Recensione del 01 gen 2018 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Tre album in 17 anni – l’ultimo dei quali uscito a distanza di 15 dal precedente – non sono certo una media da scavezzacollo. Anzi, è proprio una tempistica talmente dilatata da risultare snervante e alla sensazione hanno ampiamente contribuito anni e anni di tira-e-molla, in cui sembrava che il nuovo album fosse in procinto di arrivare sul mercato. Ma, come Godot, si faceva attendere senza dare troppe spiegazioni.

Poi, finalmente, il travagliato parto è arrivato. Questo “Material Control”, a dispetto dell’attesa e del rischio di invecchiare nel cassetto, è un buon album di post hardcore cervellotico, intellettuale e lievemente metalloide, magari fuori tempo massimo – l’aroma intenso degli anni Novanta è ineludibile – sebbene di fattura sopraffina.

Non siamo di fronte a un ascolto semplice, sia chiaro da subito. Infatti l’etichetta post hardcore, nel caso dei Glassjaw odierni, implica un mix di hardcore evoluto, match rock, post rock, pizzichi di furia NYHC, dosi equine di emo di alto profilo, qualche sgroppata nu-metal e un tocco speziato di no-wave della Big Apple. Su tutto la voce peculiare di Daryl Palumbo, una specie di Perry Farrell più aggressivo e metropolitano. Come intuibile, si tratta di una ricetta solida e corposa, che nella seconda metà dei Novanta avrebbe spazzato via gran parte dell’agguerrita concorrenza dell’epoca – peraltro; come si accennava, ora suona lievemente datata, ma sempre convincente e sanguigna, se non si è costantemente alla ricerca della novità (che, diciamolo, solitamente resta un’aspirazione velleitaria).

La sensazione è che la band, in questi ultimi 15 anni, non abbia perso il proprio smalto, ma per carburare sono necessarie più di una mezza dozzina di canzoni. Il meglio, infatti, arriva nelle ultime quattro tracce di “Material Control”, dove i Glassjaw lasciano libero sfogo all’energia e all’abbandono, sparando una raffica di pezzi che lasciano il segno e hanno decisamente un paio di marce in più rispetto a quelli che li precedono in tracklist. Il pathos, le melodie, la potenza e le dissonanze acquisiscono uno spessore incontestabile, creando una texture sonora che non lascia indifferenti, pur nella sua non facile fruizione.

Questo è un album che non cambierà la storia del rock, né quella della band. Ma merita sicuramente qualche ascolto… soprattutto se siete (o siete stati fan) del post hardcore fatto come Dio comanda.

TRACKLIST

02. shira (03:57)
03. citizen (02:21)
04. golgotha (03:04)
05. strange hours (04:09)
06. bastille day (02:22)
07. pompeii (03:49)
08. bibleland 6 (03:30)
09. closer (02:38)
11. material control (01:25)
12. cut and run (02:10)
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