LOW IN HIGH SCHOOL

Bmg Rights Managemen (CD)

Voto Rockol: 4.0 / 5

di Andrea Valentini

Il tempo non è gentiluomo. Di regola ci fa diventare più brutti, grossi e spelati. Anche acidi e malmostosi. Brontoloni e disillusi. Ok… che male c’è? Di sicuro si perdono lo smalto e la magia dei 20 anni, ma quelli – si sa – sono molto di frequente fuochi di paglia. Per cui ben venga, nel bene e nel male, anche la poetica/poesia del declino. In cui Moz è gran maestro, non possiamo dire altrimenti, e lo dimostra col suo nuovo album solista.

Il re del pop indie in salsa Brit, l’artista che ha cresciuto generazioni di musicisti e fan a colpi di testi che facevano male come biglietti di addio lasciati sul comodino, eppure creavano una dipendenza più forte di qualunque sostanza conosciuta, torna alla soglia dei 60 anni e non ha il minimo timore di mettersi a nudo come quando ne aveva 40 di meno. La pelle è diversa, i capelli, il girovita e il tono muscolare idem… eppure la forza e il coraggio di mostrarsi per ciò che è non gli vengono a mancare neppure per un secondo.

È innegabile, inoltre, che (come a ogni sua nuova uscita) continui a balzare alla mente il pensiero che tutto ciò sarebbe ancora più bello e struggente con Johnny Marr alle chitarre: per forza…  sono passati 30 anni dalla fine degli Smiths, ma non riusciamo a far pace col fatto che la diade ormai è composta da due monadi e il jolly Morrissey/Marr non lo vedremo più all’opera, nonostante loro due siano da sempre complementari. Ecco, eppure “Low In High School”, al netto di queste considerazioni oziose (e con il massimo rispetto per l’ottimo Boz Boorer), funziona. E molto meglio della proposta precedente di Moz.

A Morrissey, come si dice a Roma, rode pesantemente il culo per mille motivi. E i suoi testi sono lo specchio di tali rodimenti: ci infila politica, società, sesso, pulsioni antimonarchiche, relazioni sentimentali marce o troppo complicate, ribellione all’equazione produci/consuma/crepa, antimilitarismo, disprezzo per le forze dell’ordine, dandysmo strafottente, la tipica autocommiserazione tragicomica/autoironica morrisseyana e commenti tranchant sul genere umano (leggi misantropia con tanto di turbo e marmitta truccata). Il tutto su basi musicali 100% Moz, il che vuol dire che ci troviamo di fronte a melodie morbide e variegate, chitarre capaci di tagliare o di accarezzare come guanti di cachemire, escursioni nel Brit-pop, incursioni nella new wave/post punk, raid nella tradizione popolare... un impasto sonoro che crea una sorta di empatia immediata, quasi ingenua e istintiva, che peraltro cresce con gli ascolti.

Insomma, sarai anche diventato un brontolone, come dicono, ma – caro Moz – ben vengano i brontolii se si traducono in album ancora così solidi e piacevoli.