«V - Horrors» la recensione di Rockol

Il camaleonte a volte sbaglia colore... sorry Horrors!

Cambiare e mutare è divertente, ma non sempre si azzecca tutto per bene. Ed è quello che è accaduto con "V" agli Horrors... troppi anni Ottanta e patina lucente, a dispetto del contenuto

Recensione del 02 ott 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Camaleontici. Imprevedibili o quasi. Gli Horrors amano da sempre cambiare pelle o, comunque, tentare di spiazzare. E infatti, nella loro miglior tradizione, lo fanno anche con questo quinto album da aggiungere al loro medagliere.

Chi per caso li ricordasse come una garage band con striature gotiche, magari avendoli ascoltati solo all’epoca dei loro esordi, avrà una notevole sorpresa: “V” è un disco che sembra scritto, suonato e inciso da una band completamente diversa. La stessa formazione che ha esplorato nei lavori precedenti – e in diverse misure – garage rock, dark, post punk, shoegaze, electro, kraut e psichedelia, ora si getta a pesce e con un trasporto totale su sonorità rock/pop anni Ottanta, intrise di scampoli di new wave commerciale e patinata.

Il sodalizio con Paul Epworth (che molti ricorderanno al lavoro con U2 e Adele, in veste di produttore, appunto) ha portato sicuramente un nuovo angolo e un’inedita attenzione verso atmosfere che richiamano fortemente quanto fatto (con risultati diversi, diciamolo) da vati come Gary Numan e Depeche Mode una trentina di anni fa, con un pizzico di rock da stadio di quello non ansiogeno alla Coldplay. Insomma, che piaccia o no (a chi scrive non piace tantissimo, sia chiaro), gli Horrors dell’anno Domini 2017 sembrano preda di una fascinazione un filo intellettualistica, ma ormai profondamente nazionalpopolare, per quella fame di anni Ottanta che ci si porta dietro da più di un lustro – forse due – e che non necessariamente porta frutti dolci e succosi.

Anzi, in tutta onestà e a dispetto di quanto altri hanno detto di positivo/osannante, fa piuttosto specie ascoltare brani così insipidi, costruiti su una sorta di imitazione di certi Depeche Mode d’antan (ma anche Talk Talk, piuttosto che Pet Shop Boys e – perché no – Cars), con innestata l’attitudine da fiction tv da prima serata sui canali nazionali dei Coldplay… non c’è più mistero, non c’è più un pizzico di brivido, non c’è più il fascino dell’oscuro.
Ci sono il mestiere, la patina scintillante, la produzione con i baffi e i controbaffi, il manierismo… e poi? Basta. Un disco che è un buon prodotto non necessariamente è anche un buon disco, nell’accezione più pura della parola disco. E questa virata Eighties, francamente, sa più di prodotto che non di disco, non fa sentire il sapore dell’adrenalina e del sangue, fa fuggire la passione, manca di rock, lascia con il sapore di un cocktail di quelli colorati che, a parte fare figura per un minuto, altre virtù non hanno.

La nostalgia non è la chiave di tutto. E non è necessariamente l’ingrediente vincente. In special modo se guarda a quegli anni Ottanta, che ancora dobbiamo spurgare dal nostro sistema a dovere.

TRACKLIST

01. Hologram (06:04)
02. Press Enter To Exit (05:55)
03. Machine (05:16)
04. Ghost (05:37)
05. Point Of No Reply (04:59)
06. Weighed Down (06:31)
07. Gathering (05:16)
08. World Below (03:20)
09. It's A Good Life (04:52)
10. Something To Remember Me By (06:40)
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