«FABRIZIO DE ANDRé (INDIANO) - Fabrizio De André» la recensione di Rockol

Dopo quattro mesi di sequestro, De André tornò al lavoro, imbracciò la chitarra e...

Una tragedia vissuta in due, un amore da proteggere senza armi e una speranza sempre più debole: nacque così uno dei dischi più belli di Fabrizio De André (e, forse, quello più autobiografico).

Recensione del 18 set 2017

La recensione

Rockol, in collaborazione con Legacy, propone periodicamente recensioni di dischi storici o o del passato recente, comunque da riscoprire.

Il 27 agosto 1979 Fabrizio De André e l’allora compagna Dori Ghezzi - i due si sposeranno nell’89 -, ormai da qualche anno residenti nella tenuta dell’Agnata, in Gallura, vengono rapiti dall’anonima sequestri sarda. Il sequestro dura ben quattro mesi: una volta liberato, il cantautore sente il bisogno di tornare al lavoro, imbracciare la chitarra e mettere in musica la moltitudine di pensieri che la prigionia gli ha ispirato.

Nell’estate del 1981 esce così “Fabrizio De André”, scritto insieme a Massimo Bubola, l’album forse più autobiografico dell’artista genovese. In copertina c’è una figura potente e solitaria: si tratta di “The Outlier”, opera d’inizio Novecento del pittore americano Frederic Remington, il cui pennello è conosciuto per penetranti ritratti del Vecchio West, in questo caso di un nativo americano a cavallo. E’ per la memorabile copertina che l’album viene ricordato, col passare del tempo, col titolo di “L’Indiano”.

Ancor prima del sequestro De André si era interessato alla letteratura americana che approfondiva la storia dei pellerossa, ed era stato particolarmente colpito dal libro “Memorie di un guerriero Cheyenne”, che raccontava la vicenda di Gambe di Legno.
Vivere quattro mesi a stretto contatto coi suoi sequestratori, poi, gli fa notare quante somiglianze ci siano tra gli Indiani d’America, costretti nei ghetti delle riserve, e la popolazione sarda cui la storia ha fatto subire strapoteri come quello cartaginese e quello romano. “Capita anche ai pochi indiani di Sardegna di assaltare le diligenze del padrone per riprendersi parte di quello che è stato loro tolto”, commenta De André. 
Il dono di saper leggere con il medesimo acume la Storia e le piccole storie quotidiane illumina il suo rapporto con i sequestratori, e li svela per quello che sono: dei vinti, delle pedine in mano a forze cieche, con i veri responsabili che rimangono senza volto. Così facendo, De André toglie il velo alla tragedia personale per consegnarci una lezione di umanità impareggiabile. E così spiega: “Non ho mai conosciuto i mandanti del sequestro, io ho avuto a che fare con i guardiani: due pastori, due strumenti. Ho perdonato loro perché, potendoci fare del male, hanno scelto di trattarci bene. Vorrei che certi Catoni, certa gente che mi dice: ‘dovevi prima impiccare e poi perdonare’, vivessero l’esperienza che abbiamo vissuto noi e provassero quanto è importante, in quelle condizioni, essere trattati con umanità”. 

Proprio in questo modo s’avvia il disco, con un’indagine psicologica dei sequestratori affidata al blues incalzante di “Quello che non ho”- trascinato dall’armonica del musicista statunitense Andy J. Forest: anticipata da rumore di spari ed urla, la canzone elenca  una serie di privilegi della cosiddetta civiltà, che una volta sbattuti sotto gli occhi di chi ne è estraneo sembrano trasformarsi prepotentemente in improvvise necessità.

C’è un vinto anche al centro della scena di “Canto del servo pastore”, c’è la Sardegna ancestrale scoperta dal genovese De André: una comunione d’uomo e natura, tutta spirito e malinconica aridità, che la storia e le sue violenze non possono mai completamente sradicare. La similitudine con gli indiani d’America si svela dunque tra le pieghe d’un fatto storico, quando “Fiume Sand Creek” - ritmo avvincente e devastante tragedia - ricorda lo spietato massacro guidato dal colonnello Chivington. Le scene si succedono scandite attraverso gli occhi di un bambino, che non ha risposte o spiegazioni per una violenza cieca che pur non trovando mai né risposte né spiegazioni continua ad imitarsi secolo dopo secolo. 
Il brano che segue è la riproposizione di un caposaldo della tradizione sarda, il “Deus Ti Salvet Maria” qui presentato semplicemente come “Ave Maria”. Il microfono è affidato alla voce appassionata di Mark Harris, presente nel disco in veste di arrangiatore e tastierista, con De André che lo accompagna nei cori. 

E’ poi la volta di uno dei più amati capolavori del cantautore genovese, o forse, più semplicemente, di uno dei più toccanti episodi della canzone italiana. “Hotel Supramonte” affida agli arpeggi soffici di una chitarra i pensieri del sequestro. “Ho vissuto il rapimento con un’enorme curiosità. Come un film o un romanzo di cui purtroppo ero protagonista. Ma mi incuriosiva vedere come andava finire, che cosa succedeva di giorno in giorno. […] Io se non vivo di emozioni mi sento inutile, e lì non c’era da immaginarsi tanto, lì le emozioni si vivevano veramente. Da un punto di vista umano è stato avvincente”, racconta in seguito De André. Ma dietro tutte quelle emozioni c’è un dolore ineffabile: è quello di una tragedia vissuta in due, di un amore da proteggere senza armi e con una speranza sempre più debole, è “[…]la pena per Dori, costretta a stare là tutto quel tempo solo per fare da testimone della mia incolumità”. 

Un altro tipo d’amore viene rivelato dalle note contagiose di “Franziska”, per le quali De André si ispira alle ritmiche sudamericane amate in gioventù. La protagonista vive un amore lacero di stanchezza, carpito dalle storie dei guardiani che hanno il compito di sorvegliare De André e Ghezzi durante il rapimento: l’amante di Franziska è un latitante, e per questo il suo è un destino immobile, una vita immaginata e mai davvero vissuta.  

Più arcani sono invece i versi di “Se ti tagliassero a pezzetti”, anticipati da un’elegante introduzione al pianoforte. Le immagini si susseguono cariche di suggestioni, dichiarando amore alla libertà e liberando amore da cose piccole e grandissime, con sottintesi che sanno essere al contempo terra e cielo. Nel raccontarla De André spiega che “è una canzone piena di valenze simboliche sul tema della libertà e della fantasia, continuamente minacciate di morte dalla nostra civiltà, ma indistruttibili nella coscienza dell’uomo”. 

Per il finale, l’album torna a volgere lo sguardo ai nativi americani scoprendo una melodia battuta dal sole che si lascia influenzare dal reggae. “Verdi pascoli” rivela le sembianze del paradiso dei pellerossa, ai quali decenni e decenni di soprusi non riescono a portare via il coraggio di sognare. Affidandosi a movenze rituali interrogano il futuro, e se la loro liberazione riuscirà ad avverarsi solo al termine di questa vita, allora la loro sarà una danza di spettri, sì, ma una danza invincibilmente sorridente.

TRACKLIST

01. Quello che non ho (05:51)
03. Fiume sand creek (05:37)
04. Ave Maria (05:27)
05. Hotel Supramonte (04:32)
06. Franziska (05:30)
08. Verdi pascoli (05:18)
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