CONCRETE GOLD

sony Music (CD)

Voto Rockol: 4.5 / 5

di Andrea Valentini

Doveva essere un album “weird”: o, almeno, così dicevano Dave Grohl, Taylor Hawkins e il loro illustre amico/collaboratore Josh Homme (QOTSA). Anzi, Homme pare abbia confidato agli amici: “Ragazzi, avete davvero fatto un disco bizzarro”.

Ciò è quanto riportavano le cronache del pre-uscita… ma l’ascolto in gran parte smentisce queste dichiarazioni. E, oggettivamente, tranquillizza non poco. Perché “Concrete And Gold” è un disco di rock’n’roll sano, fresco, declinato su influenze e ispirazioni ben delineate: la golden age del rock a cavallo fra i Sessanta e i Settanta. E se di stranezza vogliamo parlare, la dobbiamo identificare con una maggiore varietà, un desiderio di provare soluzioni che spesso si spingono fuori dalla comfort zone di Grohl & co., ma in modo intelligente, ispirato: tutto risulta naturale – senza stravolgere, quindi, sound e concept del gruppo.

L’humus in cui germogliano le canzoni di questo nono album della band (che, peraltro, vede l’ingresso in formazione, in pianta stabile, del tastierista Rami Jaffee) è quello fertilissimo e classico del periodo in cui il rock come lo conosciamo in pratica prendeva forma, esplodeva e diveniva una forza irresistibile. L’era dei Beach Boys, degli Stones, dei Pink Floyd, dei Black Sabbath, degli Who, degli Aerosmith. Ma soprattutto dei Beatles, che fanno capolino continuamente (anche in forma di prestigiosa ospitata da parte di Sir Paul). Insomma… dopo avere registrato un album in un garage per il tipico, un po’ stracotto, “ritorno alle origini” e avere cercato l’ispirazione nei luoghi dell’America rock per un altro, i Foos si lasciano andare e trovano il rock’n’roll nella semplicità e nella spontaneità. Grohl stesso ha definito questo lavoro come un “Sgt. Pepper’s” riletto dai Motörhead o un “Pet Sounds” rifatto dagli Slayer: forse si è leggermente lasciato andare all’entusiasmo, però un fondo di verità è innegabile.

Un bel manifesto del mood che permea “Concrete And Gold” è il primo pezzo, la sorprendente “T-Shirt”:  una composizione di un minuto e mezzo che passa dall’imitazione della Motown più soft e confidenziale per evolversi in una scheggia di power ballad in puro stile Seventies, con echi di Aerosmith. E su tutto vegliano i Fab Four. Insomma, 90 secondi che lasciano il segno.

“Run”, poi, è un mulinello che rimbalza di continuo fra la lisergia e il metal più ruvido, mentre in “The Sky is a Neighbourhood” e “Happy Ever After (Zero Hour)” lasciano intravedere tracce del “White Album”. In “Sunday Rain” troviamo addirittura McCartney alla batteria e la title track, alla fine, riporta alla mente certi Pink Floyd imbastarditi coi primi Black Sabbath.

Insomma, Grohl e i suoi ce l’hanno fatta: il loro è un bel disco rock, senza trucchi e senza segni di noia. Non hanno avuto bisogno di altro se non di andare a ricordare le grandi band che li hanno formati da ragazzini… e spesso il ritorno ai classici è un toccasana. Come in questo caso.

PS: ringraziamo anche PJ Harvey per la riuscita di questo disco… infatti la modalità di registrazione live del suo ultimo lavoro ha dissuaso i Foo Fighters dal loro progetto iniziale di fare una cosa molto simile, portandoli invece in uno studio tradizionale col produttore Greg Kurstin – che ha lavorato con pezzi da novanta del pop come Lily Allen, Adele e Sia… e la strana coppia ha fatto il miracolo.

TRACKLIST

01. T-Shirt - (01:22)
02. Run - (05:23)
03. Make It Right - (04:39)
04. The Sky Is A Neighborhood - (04:04)
05. La Dee Da - (04:02)
06. Dirty Water - (05:20)
07. Arrows - (04:26)
08. Happy Ever After (Zero Hour) - (03:40)
09. Sunday Rain - (06:11)
10. The Line - (03:38)
11. Concrete and Gold - (05:31)