«MOBILE HOME - Longpigs» la recensione di Rockol

Longpigs - MOBILE HOME - la recensione

Recensione del 20 gen 2000

La recensione

Sarà il fatto che l’etichetta che li ha firmati è la Mother Records di proprietà degli U2, ma è un fatto che è difficile sottrarsi alla suggestione che vuole Crispin Hunt cantare come il Bono Vox di “Unforgettable fire”. La stessa voce sguaiatamente rock e romantica, le stesse aperture frontali, gli stessi ricorrenti falsetti a doppiare le parti alte. Le strutture musicali del gruppo, però, sono un po’ più originali, e passano attraverso gli archetipi del britpop disegnati dai Beatles fino a quelli ridefiniti da chi dai Beatles più lisergici è sembrato sempre ispirato, i Radiohead. Nonostante la loro provenienza inglese i Longpigs mescolano elementi assai distanti tra loro, conferendo alla loro musica profonde ambientazioni tanto americane – a tratti sembra proprio la chitarra di Ry Cooder quella che sviluppa trame in sottofondo – che europee – c’è un che di Gainsbourg in alcune atmosfere, così come il sound crepuscolare di certi Portishead e di quella scena Bristol. A questo punto sarebbe lecito aspettarsi una recensione positiva, visti gli elementi in ballo, e invece non è così: c’è qualcosa che non convince in questo disco, e che forse ha a che fare con canzoni che non riescono a centrare il bersaglio: ora U2 (“Blue skies”), ora Inxs (“Dance baby dance”), ora Jeff Buckley (“Gangsters”), ora Echo and the Bunnymen (e anche un po’ Alarm), i Longpigs sembrano camaleonti incapaci di colpire davvero. Il disco scorre più volte, con l’unico risultato che la voce di Hunt diventa quasi fastidiosa e i break che interrompono spesso il filo melodico delle canzoni sembrano soltanto espedienti gratuiti necessari a catturare per un attimo l’attenzione. Non tutto è da dimenticare, per fortuna: “Gangsters”, “Free toy”, “Dog is dead” sono soltanto degli esempi di quanto di buono c’è sul disco, ma la dispersione di energie è troppa, e alla fine il quesito rimane: artisti o mestieranti? In ogni caso, troppo ’80 per impressionare il rock di oggi.
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