«ONE MORE LIGHT - Linkin Park» la recensione di Rockol

I Linkin' Park e la conversione al pop: ma funziona?

Chester Bennington e i suoi hanno… cancellato il metal dal nu metal. O, almeno, ci hanno provato.

Recensione del 20 mag 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Il nome Linkin' Park, dopo 17 anni di onorata carriera e nonostante una spiccata attitudine a sperimentare, è per alcuni versi legato a doppio filo al concetto di genere nu metal. Ebbene, con questo settimo disco si è compiuta del tutto la rivoluzione copernicana: Chester Bennington e i suoi hanno… cancellato il metal dal nu metal. O, almeno, ci hanno provato.

È vero, la band dopo gli esordi più canonici ha giocato davvero a spiazzare il proprio pubblico in ogni modo possibile – rap? Fatto. Electro? Idem. Electro rock? Pronti. DJ remix? Non ci facciamo mancare nulla – ma con “One More Light” si tuffa di testa, e senza esitare manco per un istante, nell’oceano del pop contemporaneo. Lo fa con convinzione e dedizione, sia ben chiaro, tanto da risultare praticamente irriconoscibile: è davvero arduo, sentendo casualmente uno di questi brani, ipotizzare di essere di fronte a nuova musica dei Linkin’ Park.

Ormai le chitarre e il rock (più o meno duro) sono solo un ricordo. Perché si gioca sul terreno del pop contemporaneo di alto profilo, con tinte electro, EDM, rap, grime e hip-hop… a farla da padroni sono i synth e le melodie ariose radio-friendly. Una mossa davvero azzardata, che a tratti suona quasi liberatoria, come se i Linkin’ Park percepissero il bisogno incontrastabile di cambiare radicalmente: una sorta di addio al passato, con uno stacco netto, così netto da lasciare basiti. Come un amante che ti lascia durante la festa di compleanno che ha organizzato per te, per usare una similitudine pop.

Premiamo dunque il coraggio della band, senza dubbio. Il punto è che un album pop in grado di competere coi colossi contemporanei del genere che dominano nelle classifiche parrebbe – almeno al momento – ancora fuori dalla portata di Bennington & soci. In più, a volere scavare ancora di più, il problema non è semplicemente che questo è un disco pop al 100% – anzi. A lasciare questa sensazione di incompiutezza è una diffusa mancanza di emozione e catarsi, due elementi che nella musica dei Linkin’ Park, a dispetto delle varie sperimentazioni, non sono mai stati latitanti.

Non sarà facile per i fan digerire una simile scelta. E anche la critica specializzata, al momento, non reagisce benissimo, con commenti in un certo senso divertenti, anche se affilati – “Questa roba fa somigliare Ed Sheeran agli Extreme Noise Terror” (“Classic Rock”), “Un disco a tratti piatto come una tavola” (“Kerrang!”), “Una mossa commerciale debole e artificiosa” (“NME”)… e anche noi non ci sentiamo di dar del tutto torto a chi ha espresso questi giudizi.

Menzione per il coraggio e per la sensazione di liberazione che l’album trasuda. Ma probabilmente per sfornare un disco pop all’altezza delle ambizioni ci vorrà ancora un po’, per i Linkin’ Park. Che magari cambieranno direzione nel frattempo…

TRACKLIST

01. Nobody Can Save Me (03:45)
02. Good Goodbye (feat. Pusha T and Stormzy) (03:31)
03. Talking to Myself (03:51)
04. Battle Symphony (03:36)
05. Invisible (03:34)
06. Heavy (feat. Kiiara) (02:49)
07. Sorry for Now (03:23)
08. Halfway Right (03:37)
09. One More Light (04:15)
10. Sharp Edges (02:58)
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