«EMPEROR OF SAND - Mastodon» la recensione di Rockol

La creatività dei Mastodon non cenna a diminuire: “Emperor of sand” aggiunge un tassello importante alla discografia della band.

L’ottavo album in studio degli statunitensi Mastodon ci mostra una band in continua e costante evoluzione. La recensione

Recensione del 12 apr 2017 a cura di Matteo Galdi

La recensione

Difficile inquadrare all’interno di un genere un gruppo come i Mastodon. Nel corso di lunghi dibattiti dedicati a tale interrogativo, vengono spesso accostati al sulfureo sludge metal dei Neurosis, ma andrebbero colte anche le sfumature jazz della batteria, come i distorti riff heavy metal delle chitarre. C’è qualcuno che – non a torto – vede nella band di Atlanta una massiccia dose di progressive rock, dati i lunghi ed intricati intermezzi inseriti nel contesto dei brani, come le complesse strutture degli stessi; una spiccata propensione a comporre concept album, legati tra loro da tematiche comuni od un unico racconto come oggetto dell’opera (“Leviathan” parla del celebre romanzo di Melville, “Crack the skye” è ispirato alla crudele figura di Raputin”).

Ad osservare le loro sembianze poi, sembrano essere appena usciti da una capanna dell’accampamento dei bruti nel Trono di spade (e di fatti lo fanno:  il tatuato e barbuto frontman Brent Hinds appare in un cameo nella serie). O comunque si direbbe provengano assolutamente dal nord europa, dalle terre scandinave. Ed invece sono statunitensi, conosciutisi quasi per caso ad un concerto degli High on fire, nota band stoner metal conterranea che tanto ricorda di fatto i Mastodon degli esordi. A ben diciassette anni dalla formazione ecco il decimo album della band - il settimo in studio - “Emperor of sand”.

Piace il modo in cui su “Sultan's curse” – il brano di apertura - le tre voci riescono a dividersi equamente la scena, con le urla sofferenti di Sanders (tratto distintivo del bridge di ogni singolo estratto dall’ottimo “The hunter”) che lasciano posto al ritornello dalle linee vocali prettamente nasali di Hinds. Per poi lasciare un interludio dalle tinte space rock a Dailor che cerca di entrare in punta di piedi tra i più considerevoli vocalist del genere (oltre a essere già riconosciuto come uno dei migliori batteristi della scena). Prosegue la scelta iniziata con “The hunter” e “Once more round the sun” di estrarre pezzi più immediati e dall’impatto immediato (anche il nuovissimo “Show yourself” non è molto dissimile dal singolo del precedente album, “The motherload”), scelta che però non impedisce all'album di toccare i picchi di epicità che furono di “Crack the skye”.

Non ci sono brani che sforano i dieci minuti, ma “Jaguar god” riesce a condensarne in solo sei tutti i cambi di tono e tempo che spiccavano a suo tempo in una “The last baron”, celebre suite della band (portandola certamente in una dimensione più matura), aggiungendovi inoltre anche un inaspettato pianoforte. Tastiere che tornano per arricchire di struggenti sfumature anche la coda di “Roots remain”, confermando come la band di Atlanta non sappia sfoderare il meglio di sé solo nei caratteristici riff serrati ed a doppia chitarra, ma anche nella costruzione di atmosfere psichedeliche e allucinate.

“Emperor of sand” è vario, spazia tra i generi, ha proprie al suo interno idee valide e soluzioni azzeccate, ma non vuole essere esageratamente ambizioso, non cerca di ostentare la propria grandezza. E’ un disco simile ad una traversata nel deserto: apparentemente si è circondati da polvere, ma una tempesta di sabbia può essere letale.

TRACKLIST

01. Sultan's Curse (04:09)
02. Show Yourself (03:02)
03. Precious Stones (03:45)
04. Steambreather (05:03)
05. Roots Remain (06:28)
06. Word to the Wise (04:00)
07. Ancient Kingdom (04:54)
08. Clandestiny (04:28)
09. Andromeda (04:05)
10. Scorpion Breath (03:19)
11. Jaguar God (07:56)
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