«TRIPLICATE - Bob Dylan» la recensione di Rockol

L'omaggio di Dylan definitivo al Grande Canzoniere Americano : "Triplicate"

Bob Dylan ha 75 anni e non lo nasconde: in "Triplicate" fa i conti con la propria età usando la sua piccola orchestra tascabile, un quintetto caratterizzato dal suono della steel guitar. La nostra recensione.

Recensione del 31 mar 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Forse avremmo dovuto prestare più attenzione a quel che Bob Dylan scriveva nell’autobiografia: “Le canzoni di Woody Guthrie dominavano il mio universo (…) ma non potevo evadere dal dolceamaro, triste, intenso mondo di Harold Arlen”. Da una parte il capostipite dei folksinger che cantano l’America dei grandi speranze e delle grandi ingiustizie, dall’altra l’autore di “Over the rainbow”, “Stormy Weather” e altri capolavori del Great American Songbook. “Van Ronk sapeva cantare quelle canzoni. Anch’io, ma non mi sarei mai sognato di farlo. Non erano nel mio copione, non erano nel mio futuro”.

Il futuro può essere cambiato e l’uomo di Duluth l’ha fatto, prima pubblicando l’album di standard già nel repertorio di Frank Sinatra “Shadows in the night”, poi facendo il bis con “Fallen angels”, ora producendo “Triplicate”, triplo album che rappresenta il suo omaggio definitivo al Grande Canzoniere Americano. Neanche ai tempi di “Good as I been to you” e “World gone wrong”, dove pure giocava in casa con il folk e il blues, aveva dedicato tanta energia a un progetto di recupero di musiche del passato. Qui ci sono trenta canzoni, trenta storie divise in tre album ciascuno di mezz’ora circa di durata: “’Til the sun goes down”, “Devil dolls”, “Comin’ home late”.

La ricognizione del Grande Canzoniere Americano passa ancora attraverso il repertorio di Frank Sinatra, che ha cantato 29 delle 30 canzoni di “Triplicate”. Non a caso, proprio Sinatra nel 1980 pubblicò un triplo titolato “Trilogy” in cui ogni ellepì aveva un titolo. Molte canzoni di “Triplicate”, però, sono maggiormente note in versioni di altri interpreti, da Nat King Cole a Doris Day: e insomma non è solo Sinatra, è un mondo. “Queste canzoni rappresentano la musica più straziante mai registrata, volevo rendere loro giustizia”, ha detto il cantante nell’intervista con Bill Flanagan pubblicata sul sito ufficiale. Si cerchi altrove l’iconoclasta: qui Dylan dimostra di provare un rispetto profondo e una devozione sincera per canzoni che raccontano di amori immaginati, trepidazioni d’altri tempi, vecchiaia. Eppure Dylan non rende pienamente giustizia alle costruzioni delle composizioni che furono pensate per altre voci, per altri strumenti. È il punto di forza e di debolezza di “Triplicate”: pur con un suono lievemente più ricco dei due album che l’hanno preceduto, gli arrangiamenti orchestrali sono ricondotti alla dimensione intima di un quintetto con pedal steel, i passaggi un tempo spettacolari ridotti a gesti musicali misurati, le interpretazioni vocali semplificate.

Bob Dylan ha 75 anni e non lo nasconde. Nel primo CD sottotitolato “’Til the sun goes down” canta sì d’amore – tema di quasi tutto l’album – ma lo fa dal punto di vista di uomo che vede gran parte della propria vita alle spalle e ci rimugina su. Non che fra i CD vi siano differenze tematiche marcate e del resto l’album si chiama “Triplicate”, ovvero in triplice copia. Ma “’Til the sun goes down” è forse l’album più caratterizzato, è il disco di un uomo che fa i conti con la propria età usando parole scritte quando era a malapena nato – il repertorio del triplo spazia dagli anni ’20 a ’50. I fiati che aprono “I guess I’ll have to change my plan” non traggano in inganno: il suono è spesso cupo e austero, il suono ridotto ai minimi termini, anche quando ci sono di mezzo le orchestrazioni di James Harper, come in “Stormy weather”.

“September of my tears”, puro Sinatra cinquantenne, stabilisce il tono: è una riflessione sul passare del tempo (“Un giorno ti giri ed è estate, il giorno dopo ti giri ed è autunno”) che il suono vibrante e profondo del contrabbasso suonato con l’archetto da Tony Garnier rende ancora più cupa e meditabonda, mentre la steel guitar di Donnie Herron addolcisce la canzone e Dylan marca ogni singola parola in modo quasi teatrale. Altrove tornano i temi del ricordo, lo struggimento per quel che non è stato, la riflessione sulla vita che passa e ci lascia soli come in “It gets lonely early”, che si apre con una introduzione quasi funebre. Curioso che la canzone che trasmette la consapevolezza della linearità del tempo, l’impossibilità di tornare a un amore e a una vita passata, sia “Trade winds”, forse la più amabile tra le prime dieci.

Se “’Til the sun goes down” è il disco di un uomo che affronta la propria età, “Devil dolls” è un album donne irraggiungibili e di miraggi d’amore. Quattro canzoni su dieci sono firmate da Jimmy Van Heusen e Johnny Burke, ma a “Imagination” manca la leggerezza necessaria per farla funzionare nonostante il bell’interplay fra le chitarre, mentre Dylan rende bene la vuota serenità di un uomo abbandonato in “P.S. I love you”. In “The best is yet to come” tornano i fiati ravvivando il ritmo del CD. La curiosità qui si chiama “Braggin’”, altro pezzo brioso, l’unico dell’album che a quanto ci risulta Sinatra non ha mai cantato: è un rimprovero ai perdigiorno scritto alla vigilia della Seconda guerra mondiale, perfetto come predica di un settantacinquenne a un ragazzino d’oggi. La chiusura è affidata a “There’s a flaw in my flue”: suona come una parodia di una canzone d’amore – il narratore vedeva il volto dell’amata nei fumi del camino, ora la canna fumaria non tira più e il fumo gli entra per il naso – anche se Dylan giura che la canzone è serissima e così la interpreta.

Il terzo CD “Comin’ home late” riprende lo schema degli album precedenti – in triplice copia, appunto – aprendosi con un pezzo jazzato, il più ritmato del triplo, “Day in, day out”. È il disco di viaggi sentimentali, esilii, domande che restano senza risposta. Deve molto all’album del 1962 di Frank Sinatra “Point of no return”. In genere, Dylan riesce meglio nei pezzi meno conosciuti come “I couldn’t sleep a wink last night” (sul terzo CD) che in quelli stranoti come “As time goes by” (sul secondo), che suona appesantita in modo inappropriato. Spesso accusato di cantare in modo fin troppo informale, Dylan sporca spesso le canzoni, a volte regala interpretazioni sentite, ci mette sempre il suo timbro inconfondibile. Il co-protagonista è Herron: la sua chitarra steel è un’orchestra in miniatura, uno strumento duttile ed espressivo, l’elemento unificante di tanti arrangiamenti, con l’eventuale controindicazione di suonare ripetitiva dopo trenta canzoni.

Secondo Bob Dylan, queste canzoni possiedono un “realismo diretto, la fede nella vita di tutti i giorni, proprio come nel primo rock’n’roll”. E lo dice mettendole in relazione alla “musica moderna”, alla standardizzazione del pop contemporaneo, al suo materialismo ostentato. La differenza sta anche nel modo in cui queste canzoni sono costruite, nella capacità di descrivere piccoli viaggi emotivi senza ricorrere ai ritmi marcati e ai colori esagerati del pop contemporaneo.

“Triplicate” ci ricorda che c’è stato un tempo in cui le canzoni erano meccanismi perfetti basati su melodie elaborate – non il forte del Dylan interprete, peraltro – e trovate armoniche brillanti. Curiosamente, ce lo dice attraverso la voce del cantautore che più di ogni altro ha contribuito al rinnovamento della canzone americana, portandola lontana dai toni e dalle pratiche del Great American Songbook. “Triplicate” ci dice, anche, che è ok per un settantacinquenne non far nulla per sembrare più giovane, vitale e alla moda. Invecchiare hai i suoi privilegi e se lo dice Bob Dylan dev’essere vero.

 

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