«THE AFTERLOVE (EXTENDED VERSION) - James Blunt» la recensione di Rockol

Ecco Blunt in versione 2.0

James Blunt (e/o il suo social media manager) è un fenomeno su Twitter, ma non è altrettanto brillante quando fa musica. Ha rinnovato il sound, eppure il suo nuovo album è piatto e risaputo.

Recensione del 31 mar 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

E pensare che la faccenda era iniziata benissimo: “Se pensate che il 2016 sia stato un brutto anno”, twittava tempo fa James Blunt con una buona dose di autoironia, “sappiate che nel 2017 pubblicherò un disco”. Ha poi postato la cover di “The afterlove” montata a fianco di quella del greatest hits del 1995 di Bruce Springsteen: “Non posso credere che Springsteen abbia copia la copertina del mio nuovo album”. Pochi giorni fa una nuova trovata: “Vi imbarazza comprare il mio nuovo album? La festa della mamma potrebbe rappresentare la scusa perfetta”.

In quell’arena di cinici e battutari iconoclasti che è Twitter, il cantautore pop di “You’re beautiful” (o il suo social media manager) poteva fare una brutta fine. E invece ha dimostrato di saper gestire in modo perfetto il suo profilo, esibendo una capacità rara di spiazzare i troll, tramutando il disprezzo in ammirazione. Non è altrettanto brillante quando fa musica. Pur contenendo elementi di novità, “The afterlove” è un disco pop generico cui mancano vitalità, idee, originalità.

L’idea è che il “nuovo” James Blunt sia diverso da quello “vecchio”: sound più moderno, canzoni meno lamentose, testi più interessanti. Affiancato dall’amico Ed Sheehan (produttore e co-autore con Johnny McDaid degli Snow Patrol di “Make me better”), da Ryan Tedder degli One Republic (in tre canzoni) e da un cast piuttosto ricco di autori e produttori, Blunt abbina una produzione pop dal gusto vagamente R&B a testi improntati all’onestà. “La gente dice le cose peggiori di me, sì, mi hanno chiamato cazzone, me ne hanno dette di tutte i colori e io ho me le sono meritate in certe occasioni, ma non significa che non faccia male”, recita l’attacco di “Love me better”, la canzone che apre l’album e che contiene il verso “Ti ho vista fuori da un bar, avrei voluti dirti ‘You’re beautiful’, ma quella frase l’ho già usata”. La canzone segna il tono di tutto il disco: programmazioni, chitarrine che disegnano un groove sottile, voce filtrata, riffettini da musica da discoteca, persino.

Qua e là Blunt canta scandendo in modo ritmico le parole con quel fare simil-rap che oggi si porta tanto nel pop, usa Auto Tune (o qualcosa del genere) per far risuonare la voce in modo lievemente metallico, piazza qualche ballata più scarna da cantautore sensibile e persino un piccolo inno a cui ci incita a far sentire la nostra voce (“Someone singing along”), abbina strofe vuote e ritornelli pieni e melodici. Stende una patina di contemporaneità dancey, diciamo così, sulla sua musica.

Fa tutto quello che un artista deve fare nel 2017 per sembrare smart e assicurarsi un po’ di passaggi radiofonici, ma resta un artista dai mezzi espressivi limitati e dalla musicalità ordinaria. Non che “The afterlove” sia prodotto male, tutt’altro, ma è blando, opaco, risaputo. Magari aiuterà Blunt a scrollarsi di dosso l’immagine di cantante per casalinghe e ragazzine uncool, ma la gente continuerà a twittare cose tipo “Dio, chi ha permesso a James Blunt di fare un nuovo disco?” e lui continuerà a rispondere: “Il tuo Dio non ti può sentire. Sta ascoltando la traccia 3”.

TRACKLIST

01. Love Me Better (03:38)
02. Bartender (03:13)
03. Lose My Number (03:28)
06. California (03:20)
07. Make Me Better (03:52)
08. Time Of Our Lives (04:30)
09. Heartbeat (03:21)
10. Paradise (03:32)
11. Courtney's Song (04:26)
12. 2005 (04:05)
13. Over (04:16)
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