«CHANT DOWN BABYLON - Bob Marley» la recensione di Rockol

Bob Marley - CHANT DOWN BABYLON - la recensione

Recensione del 05 gen 2000

La recensione

Per tutta la sua carriera Marley ha predicato il tafarismo, indicando nell’Etiopia di Hailé Selassié il punto di riferimento per i neri d’America e dei Caraibi: di quel credo è diventato un eroe, così come del reggae, altro culto di massa che si affermò in Europa sulla spinta della sue irresistibili canzoni. Eppure, cosa strana a dirsi, il culto di Marley non arrivò mai ad affermarsi del tutto nella comunità afroamericana, proprio cioè in quella che aveva più cose in comune con lui dal punto di vista ideologico (l’afrocentrismo sarà frequentato molto anche da altri movimenti strapopolari ad esempio tra i musicisti hip hop, La Nation of Islam di Louis Farrakhan in primis). Gli esordi giovanili di Marley, avvenuti in veste di cantante soul ancora parzialmente distante dalla formula musicale che gli garantirà successo e fama, attingono proprio a quel mondo musicale, e sicuramente non sbaglia chi sostiene che il suo obiettivo finale sarebbe stato proprio quello di fare breccia in modo massivo in quell’emisfero culturale da cui lo separava soltanto un braccio di mare. A causa della sua prematura scomparsa, però, Marley non potè vedere realizzato il suo sogno, anche se adesso sono i suoi figli a provare di rimediare al torto con l’assemblaggio di questo album, nel quale fanno duettare virtualmente il padre con una galleria di stelle di prima grandezza, in gran parte legate alla scena r&b e hip hop: Erykah Badu, Guru, Rakim, Busta Rhymes, Lost Boyz, The Roots, Chuck D, Steven Tyler e Joe Perry degli Aerosmith, Lauryn Hill e tante altre. Pubblicare le ‘alternate versions’ vocali e strumentali di registrazioni non utilizzate da Marley e lasciate a languire nei cassetti dei suoi studi apre un annoso dibattito, se cioè si possa decidere di vendere al pubblico ciò che l’artista stesso non riteneva all’altezza della pubblicazione, per non dire poi che si tratta in ogni caso di brani già editi in versioni a dir poco leggendarie. A chiudere il cerchio, si può anche supporre una certa disinvoltura della famiglia Marley a giocare con il patrimonio di famiglia, confermata anche da un iter di cause, processi, multe, reprimende, diffide che diverse volte ha portato alla ribalta dei giornali il glorioso cognome del re del reggae. Tutto ciò premesso, comunque, non si può non considerare che le alternate versions spesso – lungi dall’essere inferiori alle tracce prescelte – sono, per l’appunto, ‘alternate’, cioè diverse, e magari di stessa qualità. Per cui non è certo sul versante relativo alle performances di Marley che si può muovere qualche critica a questo lavoro, anzi: le sue parti vocali sono sempre eccellenti, così come eccellente è la sua musica. Piuttosto, alcune riletture, portate nel territorio hip hop, risultano un po’ forzate, tanto dal punto di vista ritmico che da quello dell’intenzione. Un esempio eloquente è la versione di “Jammin’” con McLyte, ‘sfregiata’ da una ritmica blasfema rispetto alla magia dell’originale: molto meglio invece i brani d’atmosfera, a cominciare da quel capolavoro di dolcezza e amore che è il duetto con Lauryn Hill, “Turn your lights down low”. In quello – come in molti altri momenti, in verità – emerge tutto l’affetto con cui i figli di Marley hanno curato il progetto, ma ciò non toglie che lo splendore delle versioni originali in diversi momenti riesca comunque ad offuscare il tentativo – a metà strada tra il coraggioso e l’incosciente – di arricchire la musica di Marley - che a vent’anni dalla sua morte rimane fuori dal tempo - di una dimensione ‘contemporary black’ di cui non ha assolutamente bisogno.
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