«SONGS FROM THE LAST CENTURY - George Michael» la recensione di Rockol

George Michael - SONGS FROM THE LAST CENTURY - la recensione

Recensione del 04 gen 2000

La recensione

Dieci tra le più belle canzoni dell’ultimo secolo da portare nel nuovo millennio. Poche ma intense. Le ha scelte e interpretate per noi George Michael in “Songs from the last century”, un disco dove l’idolo pop si trasforma per l’occasione in raffinato crooner, in vocalist amabilmente in bilico tra jazz e canzone. Un’operazione discografica affascinante, ambiziosa e che, probabilmente, scatenerà un coro di critiche e perplessità per la scelta davvero “curiosa” del repertorio. In effetti, anche per lo stesso George Michael non deve essere stato facile scegliere solo dieci canzoni dall’enorme repertorio a disposizione, tanto ricco di capolavori. La scelta è caduta evidentemente su brani che George ha amato in modo particolare durante tutta la sua vita (e cantato in privato chissà quante volte), tenute da conto come delle vecchie foto di famiglia che si conservano e si riguardano di anno in anno, con devozione e ammirazione. Il repertorio spazia davvero da un genere all’altro e nonostante la diversa provenienza dei pezzi, George Michael riesce a farne un tutt’uno squisitamente jazz, grazie anche alla produzione curata da un mago come Phil Ramone (Frank Sinatra, Barbra Streisand, Billy Joel, Paul Simon, ecc.) e dall’accompagnamento di una vera orchestra. L’album si apre con stile e atmosfera con “Brother can you spare a dime” (che nel 1932 fu cantata da Bing Crosby), interpretata con un timbro che ricalca in modo impressionante il miglior Gino Vannelli. Si prosegue con “Roxanne” dei Police, il brano forse più sorprendente e accattivante dell’intero lavoro, re-interpretato e arrangiato come un vero standard del jazz. Non male la classica “You’ve changed”, che in passato ha avuto decine di grandi interpretazioni femminili: per questa canzone - ripresa con il mood di una torch song - pare che George si sia ispirato a Julie London, da sempre una delle sue artiste preferite. “My baby just cares for me” manca invece di verve e della giusta dose di humour, soprattutto se paragonata alla famosa interpretazione di Nina Simone. “The first time ever I saw your face” un tempo di Roberta Flack, è sin troppo leggerina, manca del giusto spessore. Bella invece l’atmosfera in “Miss Sarajevo” dei Passengers, rivisitata con convinzione e in modo molto personale. In molti, però, preferiscono ancora la voce di Pavarotti… “I remember you”, un vecchio pezzo del 1962, è “cheesy” (o lounge, se preferite), appena sorretta da un’arpa celestiale e dall’esile interpretazione di George. “Secret love”, conosciuta dagli appassionati per la versione di Doris Day nel musical “Calamity Jane”, è frizzantina e facile facile, molto West End style (lo immaginate George vestito di lustini?). “Wild is the wind” è zuccherosa ma colpisce per l’intima atmosfera ricreata dagli arrangiatori, mentre “Where or when” (scritta dai mitici Rodgers & Hart per uno show di Broadway del 1937) ha poco della maschia interpretazione che diede allo stesso pezzo il Frank Sinatra dei bei tempi. Il finale è celato nella traccia 10 ed è lo strumentale “It’s alright with me”, molto “cinematica”. Il risultato in definitiva è sicuramente elegante, piacevole e, come nel caso di “Roxanne”, sorprendente per l’inedita e personale versione che Michael è riuscito a dare. Il pregio di questo album è forse da ricercarsi nel modo in cui certi brani sono stati riletti dall’ex Wham!, anche se a tratti non mancano le atmosfere retro e nostalgiche che, tanto per fare un paragone, offrono un’immagine kitsch dell’ultimo album di Bryan Ferry. I più cattivi sostengono che, a questo punto, è lecito aspettarsi un songbook di Billie Holiday cantato da Britney Spears! Non saranno in assoluto le dieci più belle del secolo, ma George le ha scelte secondo la sua sensibilità: riuscirete ad ascoltarle “senza pregiudizi”?
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