«A MAP OF THE WORLD - Pat Metheny» la recensione di Rockol

Pat Metheny - A MAP OF THE WORLD - la recensione

Recensione del 20 dic 1999

La recensione

«Scrivere musica da film ha sempre rappresentato un tipo di sfida molto particolare, ma con una storia così intensa come quella di “A map of the world” di Jane Hamilton – un racconto che è tanto profondo nei suoi tratti emotivi quanto contagioso sul versante comunicativo – le possibilità musicali da esplorare hanno rappresentato davvero una grande fonte d’ispirazione. Il tema melodico principale (rappresentato dal brano “A map of the world” che torna attraverso tutta la colonna sonora) è nato non appena ho finito di leggere il libro, ed è stato ultimato dopo aver visto il primo montato relativo al film. Ho avuto la sensazione che sia stata proprio la storia a scriversi da sola il brano e che tutto quello che io dovessi fare era trasporre in suoni le emozioni che musicavano già le pagine di questo viaggio affascinante attraverso un mondo speciale, in cui le persone e gli eventi che filtrano per cambiare la loro vita per sempre si intrecciano realmente». Tratto da un libro che negli Stati Uniti ha riscosso un grandissimo successo, “A map of the world” diventa adesso un film per la regia di Scott Elliott e con la partecipazione di Sigourney Weaver e Julianne Moore. Pat Metheny ne cura la splendida colonna sonora, un viaggio nell’America rurale dalla quale il chitarrista proviene – è del Missouri – e che ricorda da vicino alcuni colori e sprazzi intravisti in album come “New Chautauqua”, “Secret world” o in un’altra precedente colonna sonora, quella scritta per “The falcon and the snowman”. Ma “A map of the world” è veramente una prova a sé, che dietro l’apparente semplicità strutturale – c’è un tema principale ripetuto in diverse variazioni e poi svariate ambientazioni – nasconde forse dal punto di vista qualitativo il migliore album di Metheny, esempio eccezionale di musicista che continua a crescere con il trascorrere degli anni. Lontano da alcune lungaggini retoriche delle sue ultime prove con il Pat Metheny Group, semmai maggiormente influenzato dalle più recenti incursioni jazzistiche – con Charlie Haden e Jim Hall – Metheny firma un album semplice e incantato, che sarà di conquistare anche i detrattori – e sono molti – del suo stile a volte giudicato sin troppo enfatico. Oltre alla musica, una citazione doverosa va al lavoro di orchestrazione compiuto da Gil Goldstein, veramente titanico e ispirato. Don’t miss it.
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