«NO MAN'S LAND - Hevia» la recensione di Rockol

Hevia - NO MAN'S LAND - la recensione

Recensione del 10 dic 1999

La recensione

Roba da matti, questo Hevia. Il suo pezzo non è diverso da centinaia di altri brani di folk music per cornamuse, forse è reso un tantinello più moderno dalla presenza di qualche loop percussivo che ne accentua le caratteristiche ballabili, però per il resto niente di più. Eppure, in questo momento, non si parla d’altro, e non solo in Italia, dove grazie alla campagna tv di una nota marca automobilistica il riff di “Businde reel” impazza più di Baglioni/Megane, ma anche all’estero: in Spagna, ad esempio, paese di provenienza di Hevia, il disco è stato al numero uno in classifica per svariati mesi vendendo la cifra tutta ragguardevole di 300mila copie. Niente male per quello che fondamentalmente è un album di cornamusa trattata elettronicamente – o MIDI -, elaborata dallo stesso Hevia dopo pazienti studi sullo strumento originale («la mia cornamusa sta a una tradizionale come una tastiera elettrica sta a un pianoforte», ha detto). Ma in realtà il concept che rende interessante il mondo musicale di questo album è quello di un ‘tribal gathering’ che unisce in una cornice celtica suoni e ritmi di diverse culture, dai didgeridoos australiani al bodhran e al tin whistle irlandesi, dal canto ‘tonado’ di Mari Luz Cristòbal Caunedo alle voci etniche del Colectivo Mujeres. Percussioni orientali e ritmiche africaneggianti cementano il tutto, per un risultato veramente panetnico, con brani tratti dalla tradizione asturiana e altri composti personalmente da José Angel Hevia. Tutto questo non spiega però ancora a sufficienza lo straordinario successo di questo album, se non accompagnato dalla considerazione che forse la musica si avvia verso i prossimi anni a disarcionare i suoi supposti padroni per ritornare in mano a chi la ascolta, la ama e la acquista. Chi ha scelto Hevia per uno spot pubblicitario, il consulente musicale di chissà quale agenzia, ha obbedito di certo a un richiamo ‘interiore’ prima ancora che a una griffe consolidata (come per l’appunto nel caso di Baglioni & co.): il richiamo è quello esercitato da una musica che non ha etichette, strofe e ritornelli, da un reel primordiale di quelli che in Irlanda te li tirano dietro per tutte le vacanze fino a non farti dormire la notte. Eppure quella musica, che esiste dalla notte dei tempi, deve essergli sembrata nuova, o in qualche modo diversa dalle altre canzoni candidate ad essere usate nello spot. Deve avergli provocato delle belle emozioni anche così, camuffata da qualcosa di moderno grazie ai loop delle percussioni e a una cornamusa elettrificata. E allora l’ha scelta, così come in questi giorni la stanno scegliendo in tanti, compresi quelli che scrivono a Rockol e chiedono notizie di quello spot dove si sente la cornamusa. Certo, su Hevia alberga la grande ombra della New Age, genere musicale che cattura artisti di varia indole e definizione - raccogliendo in Italia consensi sensibili - e il potere taumaturgico che questa musica deve pur avere. Ma ciò non toglie che Hevia, come a suo tempo fu per la raccolta sugli Indiani d’America “Sacred spirit”, rappresenti la cronaca di un successo non annunciato, e quindi poco costruito. Quello di una musica senza tempo, che, pur da dietro a uno spot tv, riesce a farsi sentire per davvero da tutti.
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