«THE MONOLITH OF PHOBOS - Claypool Lennon Delirium» la recensione di Rockol

Claypool Lennon Delirium - THE MONOLITH OF PHOBOS - la recensione

Recensione del 22 giu 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Sì, viaggiare: da Rancho Relaxo a Phobos, via Liverpool. Se per i più Rancho Relaxo è un posto in qualche modo geolocalizzabile, presumibilmente nel sud degli Stati Uniti, Phobos risulta un po’ più fuori mano. Alla personificazione della paura secondo la mitologia greca è stato infatti intitolato uno dei due piccoli satelliti che accompagnano il pianeta Marte. Con queste coordinate quantomeno bizzarre “Monolith Of Phobos” non può che essere un album strambo e geniale, nonché un ottimo avvio per i Claypool Lennon Delirium, ovvero la nuova unione artistica tra quella vecchia volpe di Sean Lennon e Les Claypool, bassista e cervellone dei Primus.

La collaborazione tra i due è nata quasi per caso, come sempre verrebbe da aggiungere, dalla reciproca stima e dall’idea romantica di confezionare un album libero e un po’ fuori di testa , di quelli che andavano alla grande parecchi anni fa. Così lontano da mode e costrizioni i due hanno creato un loro stile fortemente lisergico, dominato dal pulsare incessante del basso e dai ritmi ossessivi delle percussioni. Registrato a Rancho Relaxo - ovvero la casa studio di Claypool - Monolith Of Phobos è un album visionario e ipnotico, che riesce a catturare l’ascolto con un una certa facilità. Ci sono echi di mille suggestioni all’interno dei brani, tutti strutturati in maniera piuttosto simile, i quali conferiscono al Monolite una certa omogeneità, se non proprio una sua scrittura piuttosto univoca. Dopo l'apertura affidata alla title track dall’incedere cantilenante si aprono quelli che sono gli episodi più smaccatamente sixties del disco ed è letteralmente impossibile non riconoscere delle analogie con la produzione dei Beatles più psichedelici. In più di un’occasione la voce di Sean ricorda in maniera quasi irrazionale quella del celebre genitore - ascoltare per credere "Cricket and the Genie”, prego - e in effetti, tra i numi tutelari del duo (Syd Barrett, Gong, King Crimson, ma anche buone dosi di Black Sabbath), quello dei fab four sembra essere uno dei principali ispiratori.

Alla voce “delirio” del duo c’è tutta l’aria sperimentale che i nostri hanno volutamente respirato: il brano Mr. Wright, singolo estratto dall’album, è un ottimo concentrato di questa dimensione di anarchia compositiva dal fascino irresistibile. Les Claypool e Sean Lennon si sono divisi in due tutti gli strumenti utilizzati nell’album, con una certa propensione ai bassi per il primo e le chitarre il secondo, concedendosi entrambi ampi spazi al microfono. La collaborazione che non ti aspetti ha spalancato su Phobos le porte di un mondo oscuro ma ricco di tentazioni. I Delirium hanno generato un universo sonoro che si muove a zig zag tra musiche e stili differenti, lasciando libero il proprio estro di spaziare tra space rock, pop, prog e psichedelia assortita. Il sodalizio Claypool-Lennon non fa che confermare Les come uno degli indiscussi maestri della ritmica – ma non c’erano molti dubbi in proposito – e, soprattutto, Sean un artista talentuoso che riesce a sostenere con stile il pesante nome che porta. Un esordio convincente o una follia musicale ben riuscita, che non si prende neanche la briga di essere troppo seriosa - e come potrebbe con un brano dal titolo “There’s no underwear in space”? - eppure questo Monolite è un viaggio interstellare senza dover andare per forza sulla luna di Marte.
 

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