«THE GETAWAY - Red Hot Chili Peppers» la recensione di Rockol

Red Hot Chili Peppers - THE GETAWAY - la recensione

Recensione del 15 giu 2016 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Rimettiamoci le maglie, tira un vento gelido nella California dei Red Hot Chili Peppers. Anthony Kiedis ha 53 anni, rimugina sul tempo che passa e sull’età delle sue giovanissime fidanzate. Ha il cuore spezzato e al posto di certe spacconate funk-rock va cercando vibrazioni blues, colori scuri, toni meditabondi. Canta le solite, vecchie melodie, quelle che uno s’aspetta dalla band californiana fin dai tempi di “Californication”. Cambia quel che i Red Hot ci mettono sotto con la complicità del produttore Danger Mouse. Non è un’operazione becera, tipo mettiamo-un-po’-di-elettronica-per-suonare-come-una-band-del-2016. Dietro c’è l’idea di lavorare in profondità sugli intrecci strumentali, come se le funky jam di cui il quartetto è capace fossero state compresse in pochi, significativi gesti musicali. “The getaway” non è un disco di grandi canzoni. È un disco di grandi tessiture.

È andata che i Red Hot avevano venti, trenta brani pronti. Se li avessero affidati a Rick Rubin forse sarebbe uscito un altro “I’m with you”. L’incontro con Danger Mouse li ha spinti a riprogettare l’album, riscrivendone due terzi. Non solo: Brian Burton è uno che mette le mani in pasta, mica accende candele in sala d’incisione e incita i musicisti a essere sé stessi. Qui compare come co-autore di cinque canzoni ed è complice se non protagonista nel cambio di prospettiva. Se fino ad ora i Red Hot erano stati fedeli alla propria formula sonora, procedendo per aggiustamenti tutto sommato modesti sotto la guida di Rubin, qui esplorano un nuovo mondo. Intrecci e fioriture strumentali definiscono il carattere dell’album, dove confluiscono elementi di disco, funk, new wave primi anni ’80, cantautorato pop dei ’70. Non ci sono capolavori da mettere a fianco degli hit di venti o venticinque anni fa. “The getaway” non è “BloodSugarSexMagik” e nemmeno “Californication”. Ma è frutto di un gran talento, e per la cronaca è mixato da Nigel Godrich. Ha carattere, solo che potrebbe non essere quel che la gente cerca dai Red Hot.

Il tono è tiepido e malinconico. “Sono perso in California”, dice il testo di “The getaway” che apre l’album con echi di disco e new wave combinati a una melodia che è puro Kiedis, più i cori di Anna Waronker, figlia del leggendario discografico Lenny. Questo è un album che si gode nei particolari, da ascoltare possibilmente in cuffia. Nel suono potente della batteria di Chad Smith in “We turn red” che ricorda John Bonham dei Led Zeppelin. Nel modo in cui il groove di “Sick love”, co-firmata con Bernie Taupin ed Elton John che vi suona il pianoforte, si apre al pop nel ritornello, prima che Danger Mouse ci piazzi un assolone di sintetizzatore ultra anni ’70. Nelle atmosfere cangianti di “Feasting on the flowers”. Nel riffone alla Led Zeppelin (ancora) di “Detroit”, dove il cantante butta lì i nomi di Funkadelic, Stooges, J Dilla, e pure di Henry Ford per dire alla sua baby di non preoccuparsi: “Sono come Detroit, sono pazzo”. Lo si gode nel modo in cui si dipana il funk di “Go robot” ispirato a “Controversy” di Prince. Nelle continue ripartenze di “This Ticonderoga”, che passa in modo schizofrenico da una sezione quasi hardcore a una più melodica e 70s. Qua e là compaiono gli archi arrangiati da Daniele Luppi, musicista e produttore italiano residente a Los Angeles che con Danger Mouse e altri amichetti celebri (Norah Jones, Jack White) mise a punto cinque anni fa il progetto “Rome”.

I vecchi Red Hot ci sono, eccome. Basti pensare a “The longest wave” che è la cosa più simile a “Under the bridge” che troverete qua dentro, solo più solare, ed è perciò destinata probabilmente a uscire come singolo. Ha tutta l’aria della ballata d’amore cosmico: «Forse sei il mio ultimo amore, forse il primo, solo un altro modo di giocare nell’universo, ora so perché siamo venuti qui». Ci sono le riconoscibilissime linee funk di sempre, però l’esuberanza e la vitalità debordante su cui il gruppo ha costruito il proprio mito sono messe da parte. Questo è un disco per la mente più che per il corpo. Complice il gran lavoro al basso di Flea e i back up chitarristici di Josh Klinghoffer, che al secondo album con la band raramente si prende la scena, le canzoni hanno tinte cupe, i testi pure. In “Goodbye angels” Kiedis parrebbe cantare di suicidio, di sicuro parla di un amore finito. “The hunter” è dedicata al padre malato, con una parte pianistica che fa pensare a John Lennon. “This Ticonderoga” è una delle canzoni che affronta il tema della rottura sentimentale: “Eravamo tutti soldati in un epico scontro d’amore”. Qua e là emerge il tema della differenza d’età fra Kiedis e la sue partner. In “Sick love” c’è un accenno alla vacuità dello stile di vita californiano, mentre “Encore” trasmette un feeling nostalgico con i suoi riferimenti ai Beatles, ai cosmonauti, alle spie russe.

Dopo tredici canzoni s’arriva a “Dreams of a samurai”, con la cantante Beverley Chitwood che fa Clare Torry in formato mignon e la linea melodica che finisce dalle parti di “The dark side of the moon” dei Pink Floyd. Ed è forse questo il pezzo che, chiudendolo, definisce l’album come un’epica d’amore e dolore. “I’m a lonely lad”, canta Anthony Kiedis. Con le sue atmosfere malinconiche e le sue melodie che emergono da intrecci densi, con le sue sottigliezze e i piccoli deragliamenti sonori, “The getaway” sembra una spedizione all’interno di una mente in preda alla tristezza e alla solitudine, quasi un saggio sonoro sulla bellezza del nostro lato oscuro.

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