«I STILL DO - Eric Clapton» la recensione di Rockol

Eric Clapton - I STILL DO - la recensione

Recensione del 31 mag 2016 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Eric Clapton nei giorni scorsi ha parlato a Billboard del suo nuovo album “I still do” dichiarando che se qualora questo dovesse essere il suo ultimo disco, potrebbe considerarsi un buon saluto. Aggiungendo immediatamente, per rassicurare tutti, che comunque intende rimanere in giro ancora per un po’. Augurando ovviamente a Clapton di rimanere in giro ancora per molti anni e riallacciandoci a quanto da lui dichiarato concordiamo con lui, dovesse essere questo il suo ultimo disco, sarebbe un buon commiato.

Lo sarebbe perché ”I still do” lo rappresenta molto bene. In questo album vi sono contenuti gli stilemi di una carriera che pochi possono non invidiargli. Il Clapton di “I still do” è un settantenne in buona forma e in buona forma sono le sue dita che cavano dalla chitarra quell’inconfondibile suono, marchio di fabbrica da cinquant’anni a questa parte. Si diceva che il disco rappresenta molto bene la sua intera carriera e la rappresenta perché vi sono contenute cover e composizioni originali, si rende omaggio all’amato blues e alle ballate. In cabina di regia Glyn Johns, produttore dal pedigree a ventiquattro carati, che torna nella stanza dei bottoni a quasi quarant’anni di distanza da “Slowhand”, pietra miliare nella discografia del signor Clapton. L’album, per intenderci, di ‘canzoncine’ quali “Wonderful tonight”, “Lay down Sally” e della cover di J.J. Cale “Cocaine”.

Il tributo, anzi, i tributi – “Can’t let you do it” e “Somebody’s knockin’” – a J.J. Cale, suo artista feticcio, anche in questo disco non potevano mancare. Del resto non più tardi di due anni fa, l’ultima incisione discografica di Clapton è stata proprio per dare degno tributo all’opera del cantautore, scomparso nel luglio 2013,”The breeze, an appreciation of JJ Cale”. Non dimentica di rendere a omaggio, con buon profitto, a Robert Johnson che la leggenda vuole abbia venduto l’anima al diavolo per il blues (questo motivo lo porta ad essere il socio fondatore del club dei 27, quando il diavolo venne a prendersela) con una versione di “Stones in my passway” ben conscio di non potersi misurare con, per dirla con le parole di Eric Clapton stesso, “il più importante cantante blues della storia”. Nella scaletta da manuale composta per l’album trovano posto anche “I dreamed I saw St. Augustine” tratta dal Bob Dylan 1967 di “John Wesley Harding”; il traditional da accendini accesi e ondeggianti di “I’ll be alright”; il dolente e ispirato blues anni ’30 di Skip James “Cypress Grove” (che già incrociò con buon successo il cammino di Clapton in versione Cream con la sua “I’m so glad”); “Spiral” e “Catch the blues”, due brani in puro stile Clapton da lui composti; il classico “I’ll be seeing you”, con il quale si sono misurati in molti - tra gli altri, Billie Holiday, Bing Crosby, Frank Sinatra -, canzone che come dice il 71enne musicista inglese ‘lo ossessiona da sempre’. Nel disco vi è un piccolo mistero, anzi un ‘Angelo Mysterioso’. Questo il nome riportato protagonista del featuring nella delicata “I will be there”. Nonostante la smentita più di un indizio porta a pensare all’amico George Harrison (o forse al figlio Dhani) che già si celò dietro questo pseudonimo per motivi meramente contrattuali nel 1969 quando incise con i Cream - il supergruppo in cui militava Clapton completato da Ginger Baker e Jack Bruce - “Badge” scritta da Harrison e Clapton e inserita in “Goodbye”, quarto e ultimo disco della band.

”I still do” è un ascolto piacevolissimo, suonato e prodotto impeccabilmente. Forse manca il guizzo che distingue un album e lo rende speciale, ma è un dettaglio. Comunque sia, se avete il cappello calato sul capo lo potete alzare in segno di approvazione. E’ il disco di un grande musicista che ha ormai compreso da tempo, come insegna il blues, che, bando agli effetti pirotecnici, la buona musica risiede nelle orecchie di chi ascolta. E spesso queste sono collegate al cuore.
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