«LA FINE DEI VENT'ANNI - Motta» la recensione di Rockol

Motta - LA FINE DEI VENT'ANNI - la recensione

Recensione del 18 mag 2016 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Conoscendo già Motta come Francesco Motta dei Criminal Jokers, il mio approccio a questo disco d’esordio come solista, prodotto da Riccardo Sinigallia e sui cui hanno messo mano tra i tanti da Alessandro Alosi de Il Pan del Diavolo, Andrea Ruggiero, Cesare Petulicchio dei Bud Spencer Blues Explosion e, dulcis in fundo (letteralmente in fundo visto che si sta parlando di un featuring negli ultimi due pezzi) l’inesauribile Giorgio Canali, è stato in parte viziato dal mio passato. Che poi è anche un po’ il suo passato. Di Motta intendo.

Perché per forza di cose, appena partita “Del tempo che passa la felicità” (bella) mi sono tornati in mente tutti i discorsi fatti ai tempi dei Criminal Jokers, prima in versione lingua inglese e poi in italiano (e “Bestie” a me è piaciuto).

Avete presente, no? Tutti i rimandi e contro rimandi agli Zen Circus… la faccenda dell’essere di Livorno e cantare un po’ come Andrea… Ecco. Per forza di tutte quelle cose lì. Poi basta, almeno fino alla fine. Perché superato il costante “problema” dell’imprinting più immediato (per esempio io ho pensato che una reference per questo album poteva essere, e prendetela ovviamente con le pinze, “Everyday Robots” di Damon Albarn), quello che esce da un disco come “La fine dei vent’anni” è un ritratto di un autore che sta fisicamente vivendo un momento di passaggio non solo anagrafico ma soprattutto artistico. L’esperienza con la band è il passato. Gli studi di composizione per il cinema (al Centro Sperimentale) sono il presente. Fare il fonico di palco è il passato. Stare da solo su un palco è il presente. Francesco Motta ha iniziato molto giovane, ora lo è un po’ meno.

Ecco quindi che, parlando di necessità espressiva, “La fine dei vent’anni” inizia a prendere sì i contorni (ovvi) del disco di formazione, ma concettualmente si pone come l’introduzione ad una nuova fase della vita del suo autore. Il punto della situazione. I pezzi si pongono come riassunto di quanto vissuto fin qui da Francesco, sono il suo sguardo su tante cose: amore, amicizia, famiglia, vita. Motta di base è un Autore e come tale scrive canzoni d’autore. Ha una bellissima mano, sa scrivere degli ottimi pezzi pop tipo “Sei bella davvero” che personalmente ho trovato molto intelligente e splendida da cantare, ma non disdegna l’introspezione. Anzi. In pratica quasi tutto il disco è introspezione; che detto così un po’ spaventa. Però... Però Motta ha dalla sua che sa scrivere per immagini, in modo molto cinematografico, guarda caso; una qualità necessaria per lavorare nel cinema e grandissimo valore aggiunto in campo musicale. Parlare di sé e farlo bene, in modo interessante, non è mai semplice. Motta, in estrema sintesi, ci riesce. E qui non mi dilungherò in un commento pezzo per pezzo: vi basti sapere che in quanto a contenuti tutte le canzoni di questo disco hanno qualcosa da dire e lo dicono bene; un modo come un altro per dirvi già che vale la pena ascoltare questo album. Quello su cui vorrei invece porre l’accento è invece la forma, la grande qualità musicale: le melodie (tutte azzeccate), i tantissimi arrangiamenti e i suoni signori miei, i suoni! Motta ha fatto un grandissimo passo in avanti dal punto di vista strettamente sonoro. Si sente che ha affinato la composizione così come si è prodigato in una ricerca che in termini di canzone d’autore è (finalmente) quasi sperimentale, per quanto comunque già alternativa in partenza. Detta come la direbbe Stanis La Rochelle, “…un lavoro molto anglosassone”.

E qui, mentre ascolto di nuovo l’opening “Del tempo che passa la felicità”, mi torna in mente questa frase attribuita a James Cameron. Non so se effettivamente sia stata detta dal regista, ma la condivido. Dice: “Quando guardo un film per la prima volta non lo faccio da regista. Mi lascio prendere dal film, dalla storia, dalle immagini. Salgo sull’otto volante e fino a che il film non è finito me lo godo come un normale spettatore. Poi, se mi è piaciuto, la seconda volta lo guardo come regista”. La prima volta che ho ascoltato “La fine dei vent’anni” ci ho sentito un ottimo disco che mi ha preso per la grande bellezza della sua musica. Punto. La seconda volta ho iniziato a capire cosa ne pensavo, a conoscere meglio Francesco Motta grazie a quello che mi raccontava. Alla decima mi sono ricordato che anch’io come gli Zen… “Io quando avevo vent’anni avevo sonno”.
Scherzo.
Però è vero.
Ottimo disco.
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