«VIEWS - Drake» la recensione di Rockol

Drake - VIEWS - la recensione

Recensione del 03 mag 2016 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Si arriva alla fine di “Views” lievemente estenuati dopo ottanta minuti di musica e si trova il premio. Piazzata come bonus track al numero 20, ultima in scaletta, c’è “Hotline bling”, il maggiore successo del rapper canadese, due milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti, nella top 10 di una ventina di Paesi. Se solo l’album avesse la perfetta concisione di quella canzone…

Come i dischi pubblicati negli ultimi mesi da Kanye West o Rihanna, il nuovo di Drake non è pensato come una raccolta di singoli killer. Pare che le grandi pop star del nostro tempo abbiano il medesimo concetto di libertà artistica: fare dischi pieni di cose, senza regole, disordinati a volte, preferire la quantità alla qualità. Ma a differenza degli album citati, nella sua varietà “Views” ha un suo tono, un linguaggio, un feeling ricorrente, un’identità precisa già diventata “classica”.

“Views” è il suo primo album da “Nothing was the same” del 2013, ma Drake non ha passato gli ultimi tre anni solo a fissare il sedere di Rihanna – lui dal vivo, noialtri su YouTube. Nel 2015 ha venduto più di un milione di copie del mixtape “If you’re reading this it’s too late” e nello stesso anno è tornato in cima alla classifica statunitense con “What a time to be alive” pubblicato con Future, oltre a fare sfracelli con “Hotline bling”. E ora che torna con un album nuovo ribadisce la peculiarità del suo stile. Dimostra d’essere un vocalist di una razza tutta sua. Non un cantante soul versatile e nemmeno un rapper in senso tradizionale. Eccelle quando costruisce le canzoni come conversazioni intime il cui calore s’accompagna a beat e piani di tastiere glaciali. La voce sembra a volte filtrata, assume una grana lievemente metallica che aggiunge una vibrazione digitale, una sfumatura straniante a quelle confessioni. È un registro che rimette al melodia, per quanto stilizzata, al centro della narrazione hip-hop, ma che alla lunga può diventare una gabbia.

Che poi l’album parte benissimo, con le confessioni intime di “Keep the family close”: la voce avanti e un arrangiamento orchestrale che resta sullo sfondo, come un paesaggio distante, con picchi melodrammatici e teatrali. E va avanti, l’album, con un tono spesso colloquiale che s’accende solo occasionalmente, come nel finale di “U with me?”. I suoni sono stilizzati, essenziali, anche il beat incessante di “Feel no ways” è abbinato ad accordi e frasi lievemente nostalgiche (dentro c’è un po’ di Malcolm McLaren). Le musiche sono il panorama emotivo contro cui sono proiettati i pensieri di Drake, come nella base da fine del mondo, ma in versione silenziata di “Hype”, oppure nello splendido uso del campionamento di “Mary’s joint” di Mary J. Blige che sembra quasi provenire da un’altra dimensione. È in questi dettagli che “Views” svela la sua bellezza sottile. Il cantante e il principale produttore del disco Noah “40” Shebib hanno lavorato per movimentare l’atmosfera, rappresentando la diversità culturale della città di Toronto, specialmente l’influsso delle comunità di origine caraibica in una serie di pezzi centrali influenzati dal dancehall che spezzano il flusso riflessivo dell’album, ma ne riflettono il carattere tiepido. Gli annunciati Kanye West e Jay-Z non ci sono, in compenso c’è Rihanna che canta in “Too good”, una specie di sequel di “Work”, e viene citata in “Hype”: «Don’t you see Riri right next to me?».

E poi c’è la faccenda di Toronto. Da quando Drake, nell’estate 2014, ha annunciato che il nuovo album si sarebbe intitolato “Views from the 6”, poi semplicemente “Views”, molti hanno cominciato a usare quel numero per indicare la città natale del rapper. Alcuni Torontonians si rifiutano di farlo e nessuno ha le idee chiare sul motivo per cui la città dovrebbe essere associata al numero 6. Il punto è che Drake è un tale influencer da spingere la gente a usare il nomignolo che ha coniato e a piazzare Toronto sulla cartina geografica del pop contemporaneo. «I turn the 6 upside down, it’s a 9 now», canta oggi in “9”. La città, in realtà fa solo da sfondo alle canzoni. Drake sale in cima alla CN Tower e in copertina resta lì con le gambe a penzoloni su 350 metri di vuoto per rimuginare su storie personali con un tono introspettivo da conversazione telefonica notturna: l’importanza della famiglia, le ex e la fedeltà, la grana e la fama. Drake si fruga i pensieri per ottanta minuti: è un’esperienza unica, ma a volte è semplicemente troppo. «Views already a classic», canta lui in “Hype”. Per ora parrebbe un wishful thinking.
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