DISTORTLAND

Universal (CD)

Voto Rockol: 3.0 / 5
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di Marco Di Milia

I Dandy Warhols hanno avuto fortune piuttosto basse negli ultimi dieci anni. La band di Portland ha infatti lasciato il segno quasi esclusivamente per aver fatto da colonna sonora alle compagnie telefoniche con il suo brano più famoso, ovvero quella “Bohemian Like You” che anche i sassi più duri conoscono. Poi, dopo un’ultima prodezza con “We used to be friends” nel 2003 come brano d’apertura del serial "Veronica Mars", i riflettori della ribalta si sono spenti rapidamente così come si erano accesi e i quattro dell’Oregon, pur se con qualche soldo in più nelle tasche, hanno continuato con fatica nella ricerca del proprio spazio nel mondo musicale.

Una battuta d’arresto lunga un decennio prodotta da una serie senza soluzione di continuità di album interlocutori, non proprio brutti - beh, forse qualcuno sì, - ma di certo privi di quel motivo per rimetterli sul piatto più di un paio di volte. I Dandies non sono riusciti a centrare nuovamente il bersaglio neanche per sbaglio perché, al di là di uno spirito vintage e citazionista e un atteggiamento sfrontato da poser d’alto bordo, sono mancate le canzoni.

L’ultimo “Distortland”, nono album in carriera, fa parte ancora di questa serie ma riesce a differenza dei suoi predecessori a far riemergere Courtney Taylor-Taylor e i suoi dal solco che sono riusciti a scavarsi con certosina dedizione. Tutto sembra essere finalmente più a fuoco del solito ma, in mancanza di momenti davvero memorabili, non sempre riesce a salvarsi dall’essere un piacevole sottofondo, con quei toni monocorde e un cantato quasi sempre sussurrato.
Lontani dallo spirito godereccio che li ha resi popolari, i Dandy Warhols hanno preferito puntare sul proprio animo rétro, confezionando 10 tracce con un buon impasto di chitarre e sintetizzatori pesati al bilancino. Tutto il lavoro è stato portato avanti da Courtney Taylor-Taylor con un vecchio registratore a cassette e poi rifinito da tutta la band nella cantina studio del chitarrista Peter Holmström. Il risultato (mixato da Jim Lowe, in precedenza al servizio di Beyoncé e Taylor Swift) è un disco dal suono pulito e rilassato, lontano dalle sperimentazioni tentate in passato ma anche troppo poco variegato per caratterizzare davvero i brani.
“Distortland” vuole essere un omaggio alla loro Portland e ai suoi continui cambiamenti sociali e urbani, riassunti senza la solita ironia in “The grow up song” (“I’m too old for this shit” mormora un meditativo Courtney). Funziona a intermittenza, come da tradizione Dandy Warhols, si storce il naso e poi non si resiste agli infiniti do-do-do mormorati nell’ipnotico funky acustico di “STYGGO (Somethings you got to get over)” e alla più solare “Catcher in the rye”, tra gli episodi migliori del disco.
Ancora una volta non si inventa nulla di nuovo sul fronte Dandy Warhols, ruffiani e felici del loro ruolo di outsider, nonostante questo “Distortland” sia uno dei prodotti più riusciti di una discografia non proprio imprescindibile ma che non può dirsi un album interamente compiuto, perché - come di riflesso anche il suo principale artefice - si concentra troppo sull’estetica e poco nella sostanza. In fondo è bello immaginare Courtney Taylor lì con il suo registratore vintage a dannarsi per per una nuova sequenza da un milione di dollari, ma in fondo, avendola già trovata a suo tempo, si direbbe che sia più che soddisfatto così.